Visualizzazione post con etichetta amici. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta amici. Mostra tutti i post

27 novembre 2017

Il Pane dolce del Sabato per un dolce arrivederci


Il Pane dolce del Sabato, o dello Shabbat come viene comunemente chiamato, è un pane della tradizione ebraica, proposto a suo tempo da Eleonora nella sfida Mtchallenge di qualche anno fa. Dalla forma intrecciata e sovente ricoperta di semi croccanti, si gusta per la merenda o la colazione ed è reso ancora più gradevole e profumato (già mentre cuoce) dal ripieno che ogni volta può essere diverso, utilizzando frutta secca o fresca, marmellate, confetture e/o composte, spezie ed erbe aromatiche, cioccolato fondente o cacao amaro, miele, sciroppi zuccherosi, acque profumate e creme vegetali, rispettando la regla fondamentale di non utilizzare nessun prodotto caseario o suo derivato o ingredienti che ne possano trovare traccia.


pane dolce dello shabbat



Oggi sarà un tripudio di Pani dolci dello Shabbat nella Community di MTChallenge, un abbraccio immenso, treccioso e stritoloso che attraverserà le nostre cucine e quelle di Eleonora e Micol per arrivare fortemente a quella seconda stella a sinistra che lassù brilla più di ogni altra e che ancora, semi imperiosa, riuscirà a faci ridere e sorridere ad ogni sfida, che sicuramente saprà condurre le sue donne e i suoi cari a ritrovare nel tempo quella serenità momentaneamente ancora scossa (ma non perduta), che per sempre avrà un posto speciale nei nostri cuori, per quel poco o tanto che abbiamo condiviso insieme. Ciao Michael, che tu sia ancora e sempre il nostro Doc.

Non sono lontano… ritroverai il mio cuore,
ne ritroverai la tenerezza purificata… il tuo sorriso è la mia pace.

(Sant'Agostino)

pane dolce dello shabbat
Ed è proprio di Sabato che l'abbiamo gustata a colazione.


Per due trecce ripiene:

500 g di farina 0
2 uova medie
100 g di zucchero
20 g di lievito di birra
125 ml di acqua tiepida
125 ml di olio extra vergine d'oliva
10 g di sale
100 g di uva passa *
un tuorlo d'uovo
un cucchiaio di acqua
semi di sesamo e papavero

* per me un mix di datteri Medjoul, uvetta jumbo, 
albicocche secche e scorze di arancia candita tritate


Setacciare la farina.
Sciogliere il lievito nell'acqua tiepida insieme a un cucchiaino di zucchero e far riposare una decina di minuti fino a far formare una schiuma. Mischiare la farina e lo zucchero e versarci il lievito e cominciare ad impastare, unire il sale e versare poi l'olio e per ultimo le uova, uno per volta e leggermente battuto, fino alla loro completa incorporazione. Lavorare a velocità bassa/media fino a incordatura completa, l'impasto dovrebbe staccarsi perfettamente dalla ciotola lasciandola pulita. Non avere fretta e, se necessario, dare anche una lavorata a mano.
Lasciar lievitare per almeno due ore, dovrebbe quasi raddoppiare, in luogo riparato; sgonfiare l'impasto e tagliarlo in due parti uguali, ognuna delle quali divisa ancora in tre.


facendo pane dolce dello shabbat



Stendere su un piano infarinato un pezzo di impasto alla volta in un rettangolo di circa 35x15 cm e cospargere ogni striscia col ripieno.
Arrotolarle poi nel senso del lato lungo per ottenere tre salsicciotti. Disporli sulla spianatoia sovrapposti al centro e intrecciare prima da un lato e poi dall'altro (partendo dal centro la treccia verrà più omogenea); sigillare gli estremi.
Ripetere l'operazione anche per la seconda treccia. Adagiare le trecce su una placca da forno ricoperta di carta forno. Lasciare lievitare ancora due ore almeno in luogo riparato, fin quasi al raddoppio.
Sbattere il tuorlo d'uovo con un cucchiaio di acqua e spennellarlo sulla superficie; spolverare di semi di sesamo o papavero.
Infornare in forno già caldo e statico a 200°C per circa 15-20 minuti, se colora troppo in superficie coprire con un foglio di alluminio; le trecce sono cotte quando al cuore raggiungono la temperatura di 92/93°.


pane dolce dello shabbat


20 marzo 2016

Ricordo di una Torino golosa nel 150° anniversario dell'Unità d'Italia


Si conclude oggi la Settimana dell'Unità d'Italia per il Calendario del Cibo Italiano di cui ci ha parlato ampiamente Giulia nel suo articolo di presentazione sul sito Aifb.



L'anniversario dell'Unità d'Italia viene fatto coincidere con il 17 marzo, data che richiama la proclamazione del Regno d'Italia (17 marzo 1861). L'anniversario è stato solennemente festeggiato nel 1911 (50 anni), nel 1961 (100 anni) e nel 2011 (150 anni).
L'anniversario dell'unità d'Italia ricorda la promulgazione della legge n. 4671 del Regno di Sardegna con la quale, il 17 marzo 1861, in seguito alla seduta del 14 marzo dello stesso anno della Camera dei deputati nella quale fu approvato il progetto di legge del Senato del 26 febbraio 1861, Vittorio Emanuele II proclamò ufficialmente la nascita del Regno d'Italia, assumendone il titolo di re per sé e per i suoi successori (da wikipedia).

Proprio nella primavera del 2011 sono ritornata a Torino per una visita golosa, ed ho trovato una città diversa da come l'avevo conosciuta molti anni prima: certo, vestita a festa per le solenni celebrazioni del 150° anniversario, e quindi più affascinante ed elegante, ma sicuramente ancora fiera ed orgogliosa del suo trascorso, che si riflette continuamente nell'architettura e nell'urbanistica del suo centro. Quasi un tuffo nel passato.


Maggio, un sabato italiano quasi estivo, un sole caldo avvolgente, Freccia Bianca e Freccia Rossa che sfrecciano allegre ed in orario (e sorprendentemente in offerta a metà prezzo!) sui lunghi binari  fino a Porta Nuova, dove ad attendermi sorridente c'è lei. Mi aspetta un giro turistico goloso attraverso la sua Torino, premio finale per aver partecipato al concorso  "Verrine in rete" organizzato dalla De Agostini.

 


E' una lunga passeggiata per il centro di Torino, ora più agibile e  comoda  con le nuove strade  pedonabili, che conoscevo poco e sempre di passaggio veloce. Mi ha dato  l'impressione di una città di altri tempi, regale e fascinosa, come se all'improvviso si potesse sentire lo scampanellio vivace di carrozze chiedere il passaggio, e  vedere scendere dalle loro predelline eleganti dame fasciate in raffinati abiti, con l'ombrellino parasole in una mano e l'altra tesa verso baldi giovani in livrea per un aiuto nella discesa.


finestre tricolori


I palazzi sono maestosi, le strade larghe che convergono in piazze immense: un tripudio di tricolori ad ogni finestra, turisti ordinati e poco caciaroni, quasi comparse ben educate legate a questa immagine ottocentesca. In piazza san Carlo una fanfara a cavallo celebrava a note squillanti sicuramente un evento legato a questo anniversario dei 150 anni dell'Unità d'Italia.


piazza san carlo


Nomi di vie, piazze e monumenti sono ancora un pochino sconosciuti a me (a parte il Museo Egizio e Palazzo Carignano)  ricordarli tutti dopo una rapida occhiata in un vorticoso guarda qui, guarda là è quasi impossibile, ma Wiki è sempre in aiuto, e dà una spiegazione abbastanza esauriente sugli aspetti più importanti della città, quarto comune italiano per densità di popolazione e primo con più verde pubblico per abitante, considerata uno dei maggiori centri universitari, culturali, turistici e scientifici: è la capitale italiana dell'industria dell'automobile, nonché importante centro dell'editoria, delle telecomunicazioni, del cinema, della pubblicità, del design, dello sport (è stata sede nel 2006 dei XX Giochi olimpici invernali) e dell'enogastronomia.


una libreria cioccolatosa tricolore


Prima tappa d'obbligo la Cioccolateria Gobino, dove abbiamo fatto sosta per goderci un caratteristico bicierin, e ammirare gli scaffali pieni di leccornie (mi sono portata a casa una favolosa crema gianduja, dono di Sandra) anche in edizione tricolore. Da ammirare in vetrina la ganache extra bitter mignon e il giandujottino mignon.

il bicierin da gobino
il bicierin


bollicine italiane e francesi


Aperitivo rinforzato all'enoteca Bordò, comodamente sedute in un delizioso angolo con balconcino  sulla Basilica del Corpus Domini , con bollicine sfarzose e rinfrescanti ,italiane per Sandra e francesi per me, accompagnate da panzanella, crema di zolfini e sformatino alle zucchine.



Ancora una passeggiata, scoprendo cortili nascosti  con le tipiche case di ringhiera, locali modaioli come lo Sfashion Cafè o l'Arcadia di Piero Chiambretti, ammirando le vetrine, invece, di luoghi cult e storici, come il Caffè Mulassano, degustando con gli occhi e il naso i profumi e i sapori della gastronomia artigianale Sapori, con i tricolori nelle vesti più luminose ed ingegnose che ci accompagnano sempre in ogni piazza ed in ogni dove.




il po


Anche un piccolo giretto in tram, lungo la Via Po, per ammirare alla fine il grande fiume che abbraccia la  città, e la basilica della Grande madre di Dio al di là del ponte Vittorio Emanuele I, che riprende lo stile del Pantheon romano.


il po



ingresso scannabue


Ritornando sui nostri passi è arrivata l'ora di pranzare, non a caso qualche brontolio di stomaco inizia a farsi sentire. La scelta di Sandra cade sullo Scannabue, delizioso ristorantino a due passi dalla Stazione e dal centro, con una terrazza esterna ombreggiata, quello che ci vuole in questa calda giornata. Cucina piemontese ma di spirito giovane ed attuale, per Sandra solo una tartare di tonno in compagnia di alici marinate ed insalata di asparagi, per me tonno di coniglio e spatola al forno con pomodorini e melanzane (ottima!). Non c'è spazio per il dessert :-), scivoliamo di comune accordo su un tonificante caffè shakerato!



C'è tempo per un piccolo giretto ancora, siamo nelle vicinanze della stazione, ma non mancano i palazzi decorati,  negozietti e  piccoli empori di magrebini si affacciano su queste viuzze tranquille (e resisto alla voglia di comprami le  tajine monoporzione, ma porto a casa un barattolo di halva alle nocciole, chissà se piacerà!),  la Torrefazione Samambaia offre il caratteristico Amaro del Conte di Cavour, purtroppo il negozio di tessuti carini preferito di Sandra è chiuso, ma l'enoteca Rosso Rubino merita una visita, all'interno bottiglie per tutti i gusti e tutti i prezzi, in ordine anche su insolite rastrelliere.

luci in ferro battuto


Ben presto è' l'ora che volge al desìo, ci dobbiamo salutare, presto la mia Freccia mi riporterà a casa sana e salva (nonostante il quasi improvviso sciopero che mette in ginocchio, però, tanti passeggeri più sfortunati), ho nell'anima e nella digi ricordi golosi e cari, Torino è  una città meravigliosa e sicuramente da approfondire, Sandra è stata una guida e consigliera inarrestabile e super efficiente; un unico rammarico, credo per entrambe, la rinuncia di Giulia, finalista con me, a questa mini gita fuori porta.

con sandra
Grazie Sandra!


Nel 2007 è stato prodotto “SURFIN’ TORINO” di Chiara Pacilli e Davide Di Leo, che racconta la trasformazione di Torino da città industriale a città creativa e culturale negli ultimi trent’anni, con la partecipazione di Luciana Littizzetto, John Elkann, Davide Ferrario, gli Africa Unite, i Mau Mau, Ugo Nespolo, Cristina T.


11 febbraio 2016

Galani Day a Casa Cortella


e Settimana del Carnevale - ambasciatrice Ilaria
per il Calendario del Cibo Italiano

Tutti insieme appassionatamente @ Casa Cortella - Garda Lake

galani


Ormai è diventata una buona e sana consuetudine chiacchierare insieme.
Quest'anno l'appuntamento più goloso e chiacchericcio del lago ha concesso pure il bis,
e si sono impastati più di 6 kg di farina!

La ricetta resta sempre quella, inimitabile&impareggiabile, quella della zia Pupa.


palmy sfoglia

Si sfoglia ...

si frigge!

... e si frigge!

work in progress

E chiacchierando ...

work in progress

... si sfoglia ancora ...

IMG_3200

... e si frigge ancora!

Consiglio 2.0 della nostra mogliedaunavita nazionale: un pezzetto di zenzero nell'olio,
da cambiare ogni qualvolta si bruciacchia, e la puzza non c'è più ... o molto ma molto meno ;-)


work in progress

I n a r r e s t a b i l i !

sugar sugar


... Sugar, sugar, honey, honey
You are my candy girl ...


ti conosco mascherina :-))

Ti conosco, mascherina! :-))

selfie time :-)

Selfie time :-))

aperitivo


E dopo tanto lavoro, con la bocca asciutta da tante chiacchiere,
un brindisi con un fresco Rabosello, chips di cavolo nero al curry&curcuma,


aperitivo


e le Phrappe © furbissime dell'Araba più felice del web,
che glielo devo dire: niente zucchero, ma una spolverata di fleur de sel,
e sono ancora più furbissime!


gruppo giovedì

 E per il cin cin più chiacchierato dell'anno
in alto i calici, pardon, i galani e buon Carnevale!


Impasti: Cindystar
Foto: Paola, Nicoletta & Mogliedaunavita
Alla sfoglia: Palmy, Paola, Manuela, Claudia, Maria Rosa, Elvira
Ai fornelli: Alessandra, Susy, Elena, Nicoletta, Veronica


panorama

Al prossimo anno!

6 febbraio 2016

Poesia in cucina: la rizèta dal mi taiadèl


ambasciatrice Simona


alla spianatoia: mogliedaunavita - all'obiettivo: cindystar
insieme a #casacortella - lagodigarda



questa l’è la rizèta dal mi taiadèl


quel cui :

una zemna ad farèna par ogni ov, piò quel cl’aj vó par la sfoja

un tulìr, un sciadur, e ó cut guérda

trì ov al a vólta, si no l’è tropa fatiga.

l’ov l’ha d’avé e tòral zal, che la mnestra sbiavda l’an va brisa bé



Senza titolo Senza titolo


Senza titolo Senza titolo


Senza titolo Senza titolo



cum cus fa:

in se tulìr, la mi mâma, l’aj miteva trì zemne ad farèna, òna pr’ogni ov
e pu la faseva la funtana, l’aj rumpeva agli ovi in mez e
 con la furzèna l’aj armiscléva infèna a quant us faséva ora ad’druvér al mân
e pù l’a faséva una palèna e l’aj mitèva un sachet insóra.



Senza titolo


Senza titolo Senza titolo


Senza titolo


cun e sčiadur la cminzeva a stendar la sfoja, 
fasènd cun e cùl che muviment che i guardeva tot i’oman
una bota ad qua e ona in là
infèna a furmé una sfoja tonda, zàla coma un sol e grosa coma zenq french.


Senza titolo


Senza titolo Senza titolo


La miteva sò l’aqva e l’aj faseva tu e bulòr, 
pu l’aj miteva un pogn ad sel 
e quand la sfoja l’era pronta da tajé, cun la curtèla, 
la faseva un rutulì e la faséva che batù in se tulìr ch’ an so piò steda bona ad sintì.


Senza titolo Senza titolo


La butèva zò al taiadèl in t’aqva e quand agli avneva so, un bulòr e agli era pronti.


Senza titolo



la mia ricetta delle tagliatelle

cosa serve:

una zemna * di farina per ogni uovo, più quella che serve per la sfoglia

un tagliere, un mattarello e l’uomo che ti guarda *

tirare tre uova alla volta che altrimenti è troppo faticoso

l’uovo deve essere a tuorlo giallo, che la minestra * pallida non va bene


* unità di misura per la farina di tutte le arzdore romagnole:
mettere le mani unite a cucchiaio come quando dovete raccogliere l’acqua per bere a una fontana

* l’uomo serve a sollecitare lo sculettamento che serve per stendere la sfoglia: 
più l’uomo è interessato, più il movimento ondulatorio si accentua, più la sfoglia viene tonda e lissia

* minestra in romagna è tutta la pasta, se è in brodo si chiama minestra in brodo


sul tagliere, la mia mamma, metteva tre zemne di farina, una per ogni uovo, poi faceva la fontana, rompeva al centro le uova e le lavorava con la forchetta fino a quando non era ora di usare le mani. poi faceva una pallina e ci metteva un sacchetto sopra.
con il mattarello cominciava a stendere la sfoglia, facendo il movimento di sculettamento ondulatorio che spiegavo, fino a ottenere una sfoglia, tonda, gialla e grossa come 5 lire.

metteva su l’acqua e la faceva arrivare a bollore, poi metteva un pugno di sale e quando la sfoglia era pronta per essere tagliata con la cortella * la arrotolava e faceva sul tagliere quel rumore costante e preciso che non ho più sentito.
buttare le tagliatelle nell’acqua bollente e scolarle dopo un attimo che sono salite in superfici.

* cortella: femminile, romagnolo, a lama rettangolare, alta e piatta


questo ho fatto a casacortella, 
che non c’era casa migliore e più deputata per una tagliatella, tagliata, a cortella

Silvia mogliedaunavita

20 ottobre 2014

Anteprima del Salone del Gusto in 10 prodotti del cuore


Tra pochi giorni aprirà i battenti a Torino il Salone del Gusto e Terra Madre, e non a caso l’anno in corso è stato dichiarato dalle Nazioni Unite Anno internazionale dell’Agricoltura Familiare, come a voler sottolineare ancora più forte il legame indissolubile che ci lega a questa terra.




Sono stata al Salone due anni fa, grazie a Garofalo e al nascente progetto Gente del Fud.
E fu divertimento puro, come Alice nel fantasmagorico Paese delle Meraviglie e Pinocchio al Paese dei Balocchi: un'incredibile e inebriante varietà di colori, sapori, profumi, che mi hanno avviluppato con foga, tanto da scoprire, una volta a casa, di aver sfocato la maggior parte delle foto scattate.
Ci ritornerò anche quest'anno, sempre ospite di Garofalo, che ha scelto l'AIFB, di cui faccio parte, come rappresentanza blogger.
E ci ritornerò più consapevole e con le idee più chiare, sicuramente meno giocherellona, più concentrata su prodotti e produttori da scoprire, o da conoscere meglio.
Questo, almeno, è il mio buon proposito :-)




Alla richiesta di elencare 10 prodotti da trovare al Salone, inizialmente sono rimasta perplessa e sbigottita, anche un pochino intimorita: mi sembrava un elenco lunghissimo da comporre, mi ripetevo che non ce l'avrei fatta. Ma poi, iniziando ad annotarmi qualcosa giorno per giorno, l'elenco si allungava ed iniziava a prendere forma, costringendomi infine anche ad esclusioni a malincuore.

Che lo show abbia inizio! :-)





Antichi Grani Siciliani


Ho conosciuto una persona eccezionale lo scorso maggio al convegno nazionale dell'AICI.
Sto parlando di Bonetta Dell'Oglio, chef palermitana e ambasciatrice nel mondo della sua terra anche attraverso i prodotti Slow Food (qui un'intervista rilasciata al Gambero Rosso).
Ne sono rimasta rapita, la sua competenza e la sua disponibilità nell'esporre il cammino intrapreso con la rivoluzione in un chicco, mi hanno portato a voler conoscere e provare queste antiche varietà di grani dimenticati, che ora stanno ritornando ad essere coltivati ed apprezzati. Per il momento non sono molti, ma il progetto porta la firma di una grande condottiera, che ne ha fatto anche un proprio stile di vita famigliare.





Farina del Miracolo


Una farina proprio miracolosa, che ora compero abitualmente dal mio molino fornitore di fiducia.
Questo Grano del Miracolo (Triticum compositum) è un frumento che produce molte spighe per ogni colmo, molto fascinoso per la sua grande altezza ma allo stesso tempo facilmente soggetto a ripiegarsi su se stesso. Pare fosse coltivato in Egitto da epoca ignota, e per questo viene addotto come il grano riportato nel racconto biblico delle piaghe d'Egitto (dalla Genesi 41:22 - poi vidi nel sogno che sette spighe spuntavano da un solo stelo, piene e belle).
Nell'800 è stato uno dei frumenti più diffusi in Sicilia e nel Molise, considerato vantaggioso proprio per le sue grosse spighe, chiamandolo adirittura frumento di meraviglia.
Ora coltivato nella valle del Piantone (Emilia Romagna), terra salmastra ricca di calcio e micro elementi naturali emersi anticamente dal mare, che ne favoriscono un aroma intenso e speciale.
Ultimamente non manca mai nella produzione dei miei pani a lenta lievitazione.
Mi piacerebbe assai se al Salone partecipasse anche il sig. Claudio, farmi affascinare dalle suoi racconti riguardo le scelte agricole biodiverse da lui perseguite (produce anche uno scalogno speciale, ne avevo ricevuto in regalo qualche cipollotto, provato a piantare ma senza buon esito, purtroppo).





Antiche Mele Piemontesi


Forse il primo frutto conosciuto dall'uomo, per via della storia di Adamo ed Eva.
Comunque un frutto facile, che non passa mai di moda, eclettico e trasformabile in meraviglie da gustare.
E nonostante le buone varietà più moderne presenti sul mercato, un occhio di riguardo meritano senz'altro i frutti antichi, forse più rustici, ma sicuramente con un approccio emozionale più forte in chi le gusta (forse ho un animo troppo sconfinante nel vintage :-)
E poi ... una mela al giorno leva il medico di torno!





Montébore


Un formaggio che mi ha colpito giusto nel cuore, anche se non sono una grande estimatrice di prodotti caseari (mozzarella e stracchini a parte).
Fossi una wedding planner, non rinuncerei mai ad esibirlo sul buffet nuziale.
Prodotto con 75% di latte bovino e 30% di latte ovino.
E poi, quando i prodotti si portano appresso storie antiche e leggende, mi affascinano di più, e la leggenda del Montébore è a dir poco regale:

L'anno 1489 a Tortona si celebravano le nozze fra Isabella d’Aragona e Gian Galeazzo Sforza, nipote di Ludovico il Moro. Cerimoniere era Leonardo da Vinci, straordinario genio dell'arte e della scienza ma anche attento gastronomo: il Montébore fu l'unico formaggio invitato a tanta nobile tavola.
Ma la storia di questo formaggio rarissimo è molto più antica e la si fa risalire dell’arte casearia dei monaci dell’abbazia benedettina di Santa Maria di Vendersi, sul Giarolo, il monte attorno al quale si sviluppano le tre Valli Grue, Curone e Borbera, già fra il IX e l’XI secolo (continua su Vallenostra).





Rigatel del Castel


Un formaggio nostrano, veronese doc perchè fatto al 100% con latte di Villafranca di Verona e Valeggio sul Mincio, dall'aspetto povero e poco appetitoso, di forma tozza e rigata a cerchi, ma dal gusto e profumo molto invitante.
Mi piacerebbe potesse diventare un Presidio Slow Food, credo abbia tutte le carte in regola per esserlo. 
Ed anche per questo formaggio un'antica leggenda narra che ...


... nel lontano 1288, pochi anni dopo il rinnovo dell'Atto di fondazione di Villafranca da parte della Signoria Scaligera, al di fuori delle mura di cinta del Castello vivesse una famiglia di casari votata alla produzione di formaggi.
Ogni seconda domenica del mese, all'interno delle mura, si teneva un Palio, al quale partecipavano la plebe e le varie famiglie nobili e borghesi della zona: durante questa giornata di festa si tenevano gare, giochi e mercatini di ogni genere.
La Signoria Scaligera, in una di queste domeniche, indisse una contesa con lo scopo di deliziare i fini palati delle nobiltà presenti con prodotti a loro sconosciuti. A questa gara si iscrissero cuochi, pasticceri, salumieri provenienti da ogni dove ed anche il giovane figlio del casaro del castello. L'ambito premio erano 5 monete d'oro.
Al termine dei giochi e delle sfilate, le Signorie presenti si dedicarono a luculliani libagioni. Sul lungo tavolone imbandito per il pranzo spiccavano prodotti e piatti estremamente colorati ed elaborati. Solo uno tra tutti aveva un aspetto povero e poco appetitoso: era una semplice formaggella tozza e rigata a cerchi concentrici. 
Tutti i commensali si diressero verso i prodotti più elaborati, non considerando la piccola formaggella. Il figlio del casaro, scoraggiato dal poco interesse dimostrato verso il proprio prodotto, decise allora di tagliarlo e di offrirlo a piccoli boccconi. La piccola formaggella emanò così un profumo tanto invitante che tutti furono attratti da quel delizioso aroma e si diressero verso il giovane casato che, stupefatto ed orgoglioso del forte interesse dimostrato dall'intera platea, si mise a distribuirne a piccoli bocconi. Di lì a poco l'intera scorta del giovane casaro terminò. 
Qualche giorno dopo la Signoria Scaligera lo convocò a palazzo per ringraziarlo e premiarlo del successo avuto e il giovane casaro, fiero di quel momento, portò con sè il padre. Una volta arrivati al cospetto della Signoria, venne loro chiesto quale fosse la ricetta del delizioso formaggio.
"La ricetta non posso divulgarla - disse il giovane - ma posso solo dirvi il nome: Rigatel del Castel".





Tortellini di Valeggio


Non me ne vogliano gli amici bolognesi, ma il Tortellino di Valeggio è un'istituzione nel nostro territorio, una tradizione culinaria che ancora si tramanda di generazione in generazione.
E le sfogline nostrane con le loro abili mani riescono a tirare questa lunga sfoglia fina con maestria e destrezza, guarnendola poi con il ripieno più prelibato e stagionale, anche se il classico evergreen resta quello alla carne.
Due anni fa ne avevo adocchiati col ripieno di gallina padovana, Presidio Slow Food della mia regione, sicuramente da provare ora!





Riso Vialone Nano


E' l'unico tipo di riso ammesso nella mia cucina, esotici a parte, tipico esempio di campanilismo culinario.
Amo molto le antiche varietà come quello essicato sull'aia e quello nero.  Oppure quello lavorato a pestelli, dove una particolare lavorazione lenta e con il minimo attrito, evidenzia tutte le sue qualità lasciandolo integro, ricco di amidi, vitamine e fibre grezze.
Chissà se troverò qualche altra chicca di questi chicchi di bontà?





Lampredotto


Non amo le frattaglie, ma per il Lampredotto faccio un'eccezione. Peccato l'abbia scoperto solo da grande!
Mi ha incantato ancor prima di gustarlo, da crudo pare un pizzo a balze.
Una degustazione diventata quasi d'obbligo ogni qualvolta ritorno a Firenze, dove ancora batte forte il mio mezzo cuore toscano.






Patata del Quartier del Piave


Scoperta per caso da uno dei miei fornitori verdurieri preferiti, si è rivelata uno spettacolo di patata!
Polpa soda, gustosa, lessa al naturale con un filo di olio extravergine (del Garda, of course!) e due gocce di aceto balsamico riesce a conquistare anche i palati più esigenti. E ieri ci ho fatto dei notevoli signori gnocchi!
I ferretti sono i terreni rossi e ghiaiosi del Trevigiano nella piana del Piave, dove viene coltivato questo tubero. Non hanno ristagni di acqua e sono ricchi di potassio e ferro, donando così alla patata una consistenza unica.
Ultimamente scoperta anche dai grandi chef, la sua produzione è però limitata perchè non viene coltivata su vasta scala, non offrendo quindi scorte sufficienti per coprire un fabbisogno annuo.





Peperone Corno di Bue


Adoro i peperoni!
Ed ora son contenta perchè riesco a trovare questa varietà, diventata Presidio Slow Food, anche dalle mie parti.
Ne comprerò sicuramente per metterli sottovetro e gustarmeli poi nelle grigie e fredde giornate invernali.



Fuori programma un'amichevole provocazione sulla mozzarella di bufala, mio grande amore caseario, che fa sempre palpitare forte il mio cuore (e la mia gola) non appena varco il confine campano.

Sulle rive del Mincio, al confine veneto lombardo, c'è l'azienda agricola La Valle, dedicata all'allevamento di vacche da latte, bufale e suini. Rinomata nel comprensorio per la produzione di trecce, mozzarelle e provole, è la mia consolazione quando non posso gustare le delizie campane dop.

Giusto un paio di giorni fa, mi sono imbattuta in prodotti cosmetici per il corpo a base di latte di bufala, dal nome romantico e un logo un po' retro: Biancamore.
Si dice che Poppea facesse il bagno nel latte d'asina per avere la pelle più vellutata di tutta Roma, ma pare che questo di bufala sia ancora più nutritivo e idratante, contenendo principi antiossidanti e anti invecchiamento per una pelle del corpo morbida e protetta dagli agenti esterni.
Meno mozzarelle e più cosmesi 2.0 ? :-)



Arrivederci al Salone!

Template Design | Elque 2007