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8 febbraio 2010

Ieri sera a teatro ...


Solidarietà in punta di piedi
Eleonora balla per la ricerca

Teatro Filarmonico strapieno ieri sera per il Gala per raccogliere fondi per la fibrosi cistica. In platea Matteo Marzotto, testimonial della onlus: «Serate come questa servono a sensibilizzare le persone»

In punta di piedi per solidarietà. Per raccogliere fondi e finanziare così nuovi progetti di ricerca sulla Fibrosi cistica ma soprattutto per dare speranza e sensibilizzare su questa malattia.
La prima ballerina dell'Opéra di Parigi, Eleonora Abbagnato, si è esibita ieri sera al Filarmonico insieme ad altri otto ballerini di fama internazionale nonché colleghi ed amici, per sostenere la Fondazione per la ricerca sulla fibrosi cistica onlus.
«Raccogliere fondi è per noi fondamentale, è così che riusciamo a far progredire la ricerca e finanziare nuovi progetti. Ma serate come questa servono anche a sensibilizzare le persone e far conoscere questa malattia non rara ma, al contrario, ben più diffusa di quanto si immagini», ha spiegato Matteo Marzotto, vicepresidente e testimonial della FFC, nata a Verona 13 anni fa.
Madrina della serata è stata Antonella Paternò Rana, da tempo amica e sostenitrice della Ffc. «È fondamentale rinnovare l'importanza della ricerca, sia intesa come sostegno economico, sia come speranza», ha spiegato Paternò, che da madrina ha fatto appello, appunto, alle madri, «di essere veicolo di speranza, anche quando speranza sembra non essercene più. Ma soprattutto di parlare con i propri figli di questa malattia, affinché possano capirla ed accettare ed accogliere anche i bimbi malati».
Seduti tra le prime fila della platea, tra belle ed eleganti signore ed imprenditori, da Giovanni Rana a Mathias Byblos, gli assessori regionale alla Sanità Sandro Sandri e comunale ai Servizi Sociali e Famiglia Stefano Bertacco. «Queste serate sono importanti e fondamentali, soprattutto in giorni decisamente bui per la ricerca considerato quanto sta accadendo ai ricercatori della Glaxo», ha detto Bertacco.
Spente le luci in platea, si sono accesi i riflettori sul palco e lo spettacolo, presentato da Amadeus, è entrato nel vivo. E le parole hanno lasciato il posto alla bravura della Abbagnato «et Ses amis».
I.N., L'Arena. it, 08.02.2010

Nonostante una carriera folgorante e i massimi riconoscimenti che le giungono da tutto il mondo, Eleonora Abbagnato, parigina d’adozione (dal 2001 première danseuse all' Opéra di Parigi), e palermitana di nascita, ha saputo conservare quella gentilezza d'animo e carismatica spontaneità che la rendono sensibile e sempre pronta ad attivarsi per andare incontro alle istanze di chi soffre.
Grande sostenitrice della FFC, in nome della quale lo scorso anno ha conquistato il grande pubblico del Teatro Regio di Parma con un meraviglioso Gala di Stelle, quest'anno ha scelto Verona, la città dell'amore, per dedicare la sua danza alla vita, volteggiando con la sua inconfondibile leggiadria, ancora una volta per un evento di portata nazionale.
Accanto alla Abbagnato, Benjamin Pech, étoile del teatro parigino, suo grande amico e abituale compagno di lavoro, le prime ballerine Muriel Zusperreguy (Operà di Parigi), Jurgita Dronina (Royal Swedish Ballet), Itziar Mendizabal (Leipziger Ballet), Barbora Kohoutkova (International Guest Artist), affiancate dai danzatori Cédric Ygnace (The Dutch National Ballett), Josua Hoffalt (Operà di Parigi), Jean-Sébastien Colau (Leipziger Ballet), Michal Stipa (National Theatre, Prague), ovvero i primi ballerini dei maggiori teatri europei.
Gli artisti si sono alternati in un ricco programma che si sè snodato fra tre secoli di musica, da Mozart a Chopin, da Lalo a Tchaikowsky, da Asafiev a Minkus, attraverso le storiche coreografie di George Balanchine, Serge Lifar, Roland Petit, fino a quelle contemporanee di Yaroslaw Iwanenko e Krzystof Pastor, solo per citarne alcune. Uno spettacolo, che per la qualità e la varietà del programma e per l’eccezionalità degli interpreti, può considerarsi una “grande occasione”, un evento irripetibile che ha fatto sognare e che nel contempo ha contribuito a dare una speranza concreta agli oltre seimila malati di fibrosi cistica in Italia. E a tutti i nuovi nati con questa grave malattia genetica ereditata da entrambi i genitori (portatori sani il più delle volte ignari d'esserlo). In Italia infatti vengono diagnosticati circa 200 nuovi casi all'anno: ogni settimana nascono circa 4 nuovi malati; ma ogni settimana muore un malato.

La Fondazione per la Ricerca sulla Fibrosi Cistica, Onlus, costituita a Verona nel 1997, è una organizzazione di utilità sociale senza scopo di lucro. Essa promuove e finanzia progetti innovativi di ricerca sulla fibrosi cistica; sostiene la formazione di giovani ricercatori ed operatori sanitari, informa ed aggiorna operatori sanitari e popolazione sui problemi di quella che un tempo veniva chiamata mucoviscidosi. Grazie alla FFC, è presente in Italia un modello di ricerca aggregata (negli ultimi 8 anni, 120 laboratori e gruppi di ricerca, con quasi 400 ricercatori coinvolti sul campo attraverso un sistema a rete) fortemente impegnata nello studio di cure risolutive.
Ha bisogno per questo della solidarietà e del contributo di tutti. E, anche l’arte, può fare la sua parte.

Il ricavato della serata al teatro Filarmonico è stato interamente devoluto alla ricerca che mai come in questo momento sembra aver imboccato una strada assai promettente.
La FFC è una delle Onlus riconosciute e garantite dall'Istituto Italiano della Donazione (IID), in quanto organizzazione che opera secondo i criteri di efficienza, trasparenza, credibilità e onestà, una tutela importante anche per i donatori.
da Cittadiverona.it, portale di Eventi, Cultura e Turismo a Verona

6 aprile 2009

Ieri pomerigio a teatro...


IL CASO DI ALESSANDRO E MARIA
di Giorgio Gaber e Sandro Luporini
con Luca Barbareschi e Chiara Noschese
regia di Luca Barbareschi

Il caso di Alessandro e Maria è l’ultimo spettacolo che chiuderà la stagione teatrale 2008/2009 della rassegna Grande Teatro al tatro Nuovo diverona.
E'un piccolo musical da “camera” per quattro grandi protagonisti. Luca Barbareschi, caleidoscopico e sorprendente per la sua perizia di rinnovarsi di volta in volta nei panni di regista, attore, cantante, riporta in scena un testo raro di un autore di culto come Giorgio Gaber: “Il caso di Alessandro e Maria” sottotitolo “curiosa replica di una storia che ha già avuto luogo”.
La commedia, scritta con l’inseparabile Sandro Luporini, fu messa in scena esclusivamente dallo stesso Gaber con Mariangela Melato nel 1982. Dialogo intimo a due in bilico tra passato e presente, storia di un innamoramento trascorso e della devastazione che inevitabilmente le grandi passioni comportano, ring del cuore per quei due che avevano vissuto “un amore smisurato e sciupato”. Inaspettate interazioni tra quotidianità e sogno trascendono e prendono corpo e voce con Luca Barbareschi nel ruolo di Alessandro tra il dilemma di “essere” o “esserci” e la Maria di Chiara Noschese “con la sua gioia di esistere e la sua tristezza di non essere in nessun posto”. Litigano, comunicano e non comunicano, punzecchiano, giocherellano, duettano, sulle note della colonna sonora inedita del bravo musicista Marco Zurzolo, eseguita dal vivo dall’autore e la sua band. Le scene sono di Massimiliano Nocente, i costumi di Teresa Acone, le luci di Mario Esposito.

Bravo, bravissimo Luca Barbareschi, non lo conoscevo cosìp oliedrico ed è stata una piacevole sorpesa riscoprirlo come cantante e musicante. Chiara Noschese con una bella voce squillante sa tenerlo a bada egregiamente, una bella coppia, viva e travagliata come lo siamo un po' tutti noi oggi. Una storia vera, con sfumature e tinte che sembrano specchi dei nostri vissuti. Mi è piaciuto molto.

9 marzo 2009

Ieri pomeriggio a teatro...



IL SINDACO DEL RIONE SANITA'
di Eduardo De Filippo
con Carlo Giuffrè
regia di Carlo Giuffré

È una commedia in tre atti, scritta nel 1960 da Eduardo De Filippo, il quale descrive il suo protagonista, Antonio Baraccano, non tanto come un boss della malavita, ma come un uomo che ha sofferto e cerca di ristabilire un equilibrio nel quartiere a modo suo. Magnanimo e duro, severo e affettuoso allo stesso tempo, Baraccano assicura la giustizia nella sua zona. Per gli abitanti è “il sindaco" perché si è impegnato a proteggerli, a mettere pace fra di loro senza ricorrere alla giustizia dei tribunali, dalla quale i cittadini per la loro ignoranza e la loro povertà non otterrebbero risultati. Nella descrizione del personaggio Eduardo si ispira a Campoluongo, il vero sindaco del Rione Sanità: “Era un pezzo d'uomo bruno. Teneva il quartiere in ordine”. È una delle commedie più amare di De Filippo che lascia però aperto uno spiraglio di speranza di un mondo migliore.

Dice infatti Carlo Giuffrè: "Oggi io metto in scena questa commedia, mentre Napoli vive la tragedia della criminalità, come Eduardo aveva previsto che sarebbe avvenuto. Ma Eduardo apre uno spiraglio alla speranza quando fa dire ad uno dei personaggi: "Le cose peggioreranno, usciranno i figli di don Antonio, i parenti di don Arturo, i compari, i comparielli, gli amici, i protettori e sarà una carneficina, una guerra, fino alla distruzione, però può darsi che da questa distruzione viene fuori un mondo migliore come lo sognava don Antonio meno rotondo, magari un poco più quadrato". Questo speriamo tutti noi oggi e chissà che non si avveri, visto che Eduardo intuiva così bene gli avvenimenti futuri!"

Antonio Barracano è un boss camorrista che mette il suo grande potere a disposizione dei poveri e dei sopraffatti che altrimenti non avrebbero giustizia. Per questo è amato e stimato da tutti i suoi “sudditi”. Accanto a lui vive da anni un medico, Fabio Della Ragione, che esegue, in caso di accoltellamenti e ferite d’altro genere, interventi d’urgenza che richiedono assoluta “discrezione”. Ma Fabio, dopo trent’anni di fedele collaborazione con il boss, è stanco e vorrebbe espatriare in America. Tra i querelanti che ogni giorno Antonio riceve, c’è Rafiluccio, un povero ragazzo con la moglie incinta intenzionato a uccidere il padre, un affermato fornaio di Napoli, che si rifiuta di aiutarlo anche perché irretito dalla giovane amante. Antonio, che ha un profondo senso della famiglia, convoca il padre per convincerlo a rispettare il suo ruolo. Ma questi disprezza sia le sottili minacce di Antonio sia le legittime e angosciose richieste di Rafiluccio che trova ospitalità, con la moglie, presso il suo protettore. Antonio, per evitare che il giovane disperato si macchi di parricidio, decide di parlare a tu per tu con il panettiere, ma viene da lui accoltellato. L’eroico boss, celando la sua sofferenza, invita a pranzo i protagonisti della vicenda, ottenendo, prima di morire, giustizia per i giovani sposi nella speranza che il suo gesto sia almeno foriero di un mondo meno corrotto.

Una rappresentazione di ben oltre 3 ore, con un solo intervallo.
Carlo Giuffrè è un attore eccezionale e il ruolo in questa commedia sembra calzargli a pennello, riesce a fare assumere al suo personaggio un'umanità dolce e quasi rassicurante, che mette in profondo contrasto la sua carica di "sindaco" e il suo passato di boss malavitoso.

2 febbraio 2009

Ieri pomeriggio a teatro...



I DUE GEMELLI VENEZIANI
di Carlo Goldoni
con Massimo Dapporto - regia di Antonio Calenda

Il regista Antonio Calenda che definisce questo testo “un capolavoro della scrittura comica, l’eccezionale virtuosismo sul classico tema dello sdoppiamento, l’incanto del gioco teatrale dei simili e degli opposti”, dichiara: «C’è nei Due gemelli veneziani tutto il mondo (di sentimenti, inquietudini, emozioni e rivalità) e tutto il teatro (fatto di equivoci, frenesie, mascheramenti, malintesi) che il grande autore veneziano conosceva e che tuttora continuiamo a sentire validi. E sebbene il plot abbia radici lontane, il genio goldoniano riesce a donargli, in un soffio, l’universalità». La commedia, rappresentata sempre con successo fin dal suo debutto nel 1774, è stata il cavallo di battaglia di grandi attori tra cui Alberto Lionello nel 1978. Antonio Calenda, riferendosi al protagonista, sottolinea: «Ho scelto Massimo Dapporto perché lo ritengo un attore particolarmente maturo nell’espressività, capace di coniugare in ogni ruolo una seria analisi del personaggio a palpitanti, personali slanci interpretativi. Secondo me, è l’attore perfetto per dar vita al paradosso di Zanetto e Tonino, giostrandosi con sicurezza fra i loro opposti caratteri e sintetizzando in un unico corpo il ruolo di antagonista e protagonista, comico e spalla».

Dall'Arena del 25.01.2009:
Sotto certi aspetti, quest'opera è l'emblema della maturità espressiva dell'avvocato veneziano (che con questo testo uscì da un lungo periodo di crisi) e di quella "riforma" con cui seppe rivoluzionare la storia del teatro italiano. In questa commedia (scritta nel 1747 a Pisa dove dal '45 al '48 esercita la professione di avvocato) Goldoni introduce infatti, forse per la prima volta, quella spietata analisi del costume dei suoi tempi, quel realismo critico che in seguito caratterizzeranno le sue opere migliori. Nel farlo conserva però qualche personaggio tipico della vecchia commedia dell'arte. Per il gioco del doppio Goldoni prese spunto, per sua stessa ammissione, dai Menecmi di Plauto, il primo e forse il più significativo drammaturgo che ha brillantemente esplorato questo tema. Ma in Goldoni il doppio ruolo, autentico banco di prova per attori di ieri e di oggi, ha tuttavia un pregio molto raro nella drammaturgia italiana: presenta contemporaneamente elementi comici e drammatici, ridicoli e tragici. La storia è semplicissima: Zanetto e Tonino sono due gemelli identici per aspetto ma opposti per indole e modo di vivere. Zanetto è un ricco borghese, scaltro e codardo, Tonino è poverissimo e nobile d'animo. Hanno vissuto separatamente fin dalla primissima infanzia e ignorano l'uno l'esistenza dell'altro. Per un gioco del caso si ritrovano nella stessa città, senza incontrarsi mai, pur ruotando continuamente uno attorno all'altro. Di qui una serie di equivoci che a tratti sfiora il farsesco, a tratti tocca punte di esilarante comicità, atratti diventa acuta satira di costume. Rigorosamente in costume - né poteva essere altrimenti visto il ruolo giocate da alcune maschere della commedia dell'arte come Arlecchino, Brighella, il Dottor Balanzoni - la commedia si muove in una scenografia moderna nella sua luminosa essenzialità.

Più di due ore di spettacolo che scorrono velocemente, con battute, atteggiamenti e sonorità anche esilaranti. Bravissimo Dapporto, che riesce a destreggiarsi con scioltezza anche in dialetto veneziano, bravissimi anche gli altri attori, soprattutto Arlecchino e Brighella, resi ancora più efficaci nella loro carambolesca rappresentazione.

19 gennaio 2009

Ieri pomeriggio a teatro...



Moby Dick
di Herman Melville
con Giorgio Albertazzi - Emiliano Broschi - Marco Cacciola - Timothy Martin
Giuseppe Papa - Fabio Pasquini - Annibale Pavone - Enrico Roccafort - Rosario Tedesco
regia di Antonio Latella

Il celeberrimo romanzo di Melville è il resoconto di una lunga caccia alla balena compiuta attorno al 1840 a bordo del Pequod, salpando dall’isola di Nantucket, la capitale americana della “baleneria” situata a 48 km a sud di Cape Cod nello stato del Massachusetts. Il Pequod è comandato dal capitano Achab, un personaggio che assume connotati epici nella lotta contro Moby Dick, una combattiva e feroce balena bianca che in realtà è un capodoglio. Per tre lunghi anni Achab – “roso di dentro e arso di fuori dagli artigli fissi e inesorabili di un’idea incurabile” come scrive Melville – trascina l’intero equipaggio in una folle impresa di caccia alla guida di una nave che il vecchio capitano Peleg aveva adornato di trofei facendone, sono sempre parole di Melville, “un veliero cannibale che si ornava delle ossa cesellate dei suoi nemici”. Nel romanzo di Melville la vicenda è raccontata da Ismaele, un personaggio che aveva conosciuto Peleg e a sua volta, grazie a lui, il vecchio marinaio Bildad che l’aveva fatto entrare nell’equipaggio del Pequod.

Dall'Arena del 13 gennaio 2009:
Da quando, nel 1851, Melville diede alle stampe questo testo si sono scritte pagine e pagine, inizialmente molto critiche, sulla vicenda del capitano Achab e della sua folle lotta contro la balena bianca che lui insegue rabbiosamente per un intero decennio trascinando tutto l’equipaggio della baleniera Pequod in un’impresa disperata, carica d’odio e di morte. L’unico a sopravvivere sarà il giovane marinaio Ismaele (interpretato da Rosario Tedesco) a cui è affidato, nel romanzo di Melville, il compito di narrare la drammatica storia. Dopo il debutto a Spoleto, al Festival dei Due Mondi nell’estate del 2007, lo spettacolo ha girato con successo i principali teatri italiani ed è stato in cartellone per un’intera settimana all’Odeon di Parigi. Il successo dell’allestimento è in gran parte legato all’interpretazione di Albertazzi che, nei panni del vecchio e ormai morente protagonista, fornisce al suo personaggio le stigmate di un tormento profondo, autentico quanto interiorizzato e quasi intimo. La regia di Antonio Latella gioca molto sul carisma di Albertazzi, da molti critici definito «l’ultimo grande mattatore della scena italiana» che si trascina a fatica su una nave animata solo di fantasmi, si racconta a Ismaele affinché il giovane marinaio riferisca la storia ai posteri. «Chi sceglie il mare», dice Latella, «sceglie le leggi della natura e non dei cittadini. Chi sceglie il mare, sceglie di non camminare; sul mare non si cammina. È lui che ci conduce, che ci culla, ci sconquassa, che ci innalza verso il cielo, ci sprofonda verso gli abissi. Sono le acque a decidere di noi». Rispetto alla "storica" versione cinematografica del 1956 firmata John Huston con Gregory Peck nei panni di Achab e Richard Basehart in quelli di Ismaele, questo Moby Dick teatrale guarda più intensamente agli aspetti umani e interiori dell’opera nell’interpretare le grandi metafore esistenziali che hanno ispirato Melville.

"Moby Dick", un viaggio verso l'ignoto
Singolare e non privo di eccessi l'allestimento firmato da Latella. Giorgio Albertazzi è un intenso Achab. Buona prova della compagnia.
«Mutilerò il mio mutilatore». No, sbaglia la sua profezia Achab, indomito capitano coraggioso, che da quarant’anni dà la caccia alle balene e che di una di esse, la più feroce, la più imponente, ha fatto non solo un acerrimo nemico al quale ha già sacrificato parte di una gamba ma anche e soprattutto un’ossessione, un indefesso rovello interiore. A tal punto Moby Dick ha preso possesso di lui da diventarne una sorta di alter ego o comunque un essere con il quale la sfida resta perennemente aperta sino a un’inevitabile resa finale. Ma quale dei due cederà all’altro? La fine è nota.
Del capolavoro di Hermann Melville poco resta nel singolare e fortemente simbolico allestimento (accolto al suo debutto al Nuovo da calorosi applausi) firmato Antonio Latella; né, conoscendo l’indole del regista, poteva essere altrimenti. La sua personalità lascia una traccia netta in uno spettacolo che, pur non privo di elementi di innegabile suggestione, risulta in qualche modo appesantito da una cifra stilistica in cui la bizzarria e l’estro si sposano alla poesia con esiti non sempre felici e soprattutto immediati.
Dare a una messinscena una chiara connotazione risulta interessante se sull’autore dal quale si parte non finisca per prevalere colui che lo rielabora. Cosa che invece accade in questo Moby Dick che ha in Giorgio Albertazzi un intenso protagonista, circondato da una compagnia che si nuove con discreto agio.
In una scenografia che, nella sua raffinata semplicità, conserva un che di maestoso, si muovono due mondi: quello degli ufficiali e dei marinai in severe uniformi bianco-nere e quello collocato su un piano sovrastante, del capitano Achab, da tempo immemore, sordo a qualunque richiamo vitale e invece dilaniato da un unico tormento: il desiderio incessante di catturare e dominare la balena bianca, quella creatura "oscura" di misteri, gravida di energia, quel mostro che rappresenta l’oltre, il dopo, il non conosciuto, il non esplorato: ciò che l’uomo immagina sia, ma non ha la certezza che sia.
Ecco, allora che in questa sorta di viaggio al termine della notte, ciò che spinge il testardo nocchiero è il dubbio e insieme la necessità di penetrare in soglie mai varcate, di spingersi al di là degli umani limiti. Tale e tanto è il suo desiderio da riuscire a trasfonderlo nell’animo del suo equipaggio e a consegnarlo immutato a colui che dovrebbe essere il suo "erede" o comunque colui che narrerà al mondo questa storia: Ismaele. Il ripiegamento interiore di Achab non si nutre solo della materia-base fornita da Melville ma, nella rielaborazione drammaturgica di Federico Bellini, trova ulteriore linfa in citazioni tratte da Dante e Shakespeare, segnatamente da Amleto.
In uno spettacolo che non convince del tutto ci sono, come si diceva, alcuni elementi di indubbia potenza. La scena in cui si racconta la prima caccia, fallita, alla balena ha una scansione pressoché perfetta con quei marinai impegnati allo spasimo, ciascuno in un compito specifico e tutti come divorati da una febbre che li rende quasi ebbri. C’è poi il momento in cui l’assenza delle parole e il ricorso al linguaggio dei segni (quello utilizzato dai sordomuti) sommerge tutto e tutti e rappresenta in modo perentorio e acuto insieme l’idea del silenzio del mondo, il silenzio della vita e dei suoni, inevitabile esito della fatale caccia alla balena bianca.
Albertazzi dà ad Achab tutta la stanchezza, la rassegnazione, il ripiegamento interiore di un uomo che sa, e desidera, consegnarsi alla scelta ultima, del non ritorno. I suoi ufficiali e marinai si muovono in armonia tra loro costruendo un buon affresco corale sottolineato anche dalle musiche (di Franco Visioli) che rendono il sapore dell’avventura-sfida. L’Ismaele di Rosario Tedesco appare discontinuo non riuscendo sempre a dare al suo personaggio il pathos di cui avrebbe bisogno.

di Betty Zanotelli - L'Arena del 15 gennaio 2009

Non sono una critica teatrale, nè tantomeno vado alla ricerca del pelo nell'uovo.
Ma a me e Tito (ho portato pure lui stavolta a teatro) questo Moby Dick nell'insieme è piaciuto. Sono due ore di spettacolo senza intervallo che scorrono intensamente, sia nell'intrepida emozione dell'avvistamento della balena (resa più viva e reale dallo sciabordio delle acque, dagli stantuffi della balena, dai canti e dalle grida dei marinai) sia nel silenzio ovattato delle geste mimate dai marinai stessi e nei monologhi del capitano, ormai allo stremo delle sue forze ma ancora perdutamente e cocciutamente animato da quella che è stata sempre la sua ragione, o meglio, la sua ossessione di vita.
Impareggiabile come sempreAlbertazzi, anche Tito ne è rimasto incantato, mi è spiaciuto l'aver perso giovedì pomeriggio il suo incontro in platea col pubblico (anni fa portai Max che ne rimase quasi stordito solo a sentirgli raccontare stralci della sua vita di artista), sicuramente ci avrebbe arricchito interiormente.
E il capitano conclude poi amaramente citando il più grande dei dubbi esistenziali che l'uomo rincorre da sempre: essere o non essere?


22 dicembre 2008

Ieri pomeriggio a teatro...



PECCATO CHE SIA UNA SGUALDRINA

di John Ford
con Gaia Aprea, Max Malatesta, Alvia Reale,
Stefano Scandaletti, Enzo Turrin e Anita Bartolucci
regia di Luca De Fusco


Una grande storia d'amore con finale tragico. Tutto abbastanza convenzionale, quindi. Salvo che i due che si innamorano sono fratello e sorella: ciò che ha reso celebre questo dramma di Ford, insieme con il titolo, certamente non convenzionale. Dramma passionale d'amore, di vendetta e di morte: quindi, come di consueto, ambientazione in Italia (a Parma) perché l'Italia era, per gli elisabettiani, insieme con la Spagna, lo scenario ideale per le storie di vendetta. E anche in questa rappresentazione non si sfugge al ricorrente leitmotiv per cui "nessun uomo può sottrarsi all'inesorabilità del Fato".
Questo ramma fu rappresentato per la prima volta in teatro nel 1632. Contestato dalla critica inglese dell'800, come del resto gran parte del teatro elisabettiano, fu invece osannato dai critici francesi, tant'è che proprio a Parigi Luchino Visconti permise a Romy Schneider (nel 1961 a fianco di Alain Delon) di esprimere appieno il suo temperamento drammatico. in Italia, l'edizione teatrale più nota è forse quella di Guicciardini nel 1974.
Con quest'allestimento Luca de Fsco torna a un tema che gli è particolarmente caro, quello delle "storie di formazione, in cui al centro della vicenda c'è sempre quella fase essenziale della vita dei giovani che coincide con il passaggio dall'adolescenza alla maturità. E fra tutte, qiusta è la più nera, inquitante ed erotica. Si tratta, infatti, di una vicenda in cui i protagonisti diventano adulti nel corso della storia, ma la loro crescita finisce pr coincidere con la loro morte".
E conclude De Fosco: "Punto a realizzare uno spettacolo di grande intensità emotiva che contrapponga l'ipocrita moralismo delgli adulti alla terribile, travolgente, ma autentica passione dei due protagonisti".


Artefice dello spettacolo è l’abituale organico dello Stabile del Veneto con i suoi giovani (Gaia Aprea, Max Malatesta, Stefano Scandaletti) che hanno riscosso in questi anni grande consenso di pubblico e critica oltre che premi e riconoscimenti.

Scenografia inquitante ma d'effetto, costumi bellissimi, attori bravi e scelti perfetti per il loro ruolo, due ore circa di spettacolo senza intervallo che non annoiano mai, alcuni interpreti anche ironicamente comici...e la morale finale affidata alle parole di un alto prelato...che dire...peccato che sia una sgualdrina!

1 dicembre 2008

Ieri pomeriggio a teatro...


PLATONOV di Anton Cechov
con Alessandro Haber e Susanna Marcomeni - regia di Nanni Garella

Con quest’opera il regista Nanni Garella, autore anche della traduzione e dell’adattamento del testo, rinnova il sodalizio artistico con l’attore Alessandro Haber iniziato nel 1992 e, in particolare, prosegue il lavoro di approfondimento sull’opera di Cechov, che, nel 2004 lo aveva condotto alla messinscena di Zio Vanja, spettacolo che aveva messo in luce le doti di Haber come interprete cechoviano. «Il testo originale di Cechov – spiega Garella – ha una struttura che assomiglia più a un romanzo che non a un testo teatrale. Gli stessi personaggi sembrano quelli di un’opera narrativa. Per questo ho colmato le incompiutezze del testo ri­creando nella storia e nei personaggi quella tensione che è invece presente nelle opere della maturità».

Anna, giovane vedova, invita nella sua tenuta un gruppo di persone tra cui spera di trovare chi la solleverà dal peso delle cambiali firmate dal defunto marito. Il creditore Petrin la vorrebbe sposa, in seconde nozze, del ricco Glagol’ev. Tra gli invitati c’è Platonov, maestro in una scuola rurale sposato con Sasa. Cala la sera e Platonov, da sempre innamorato della sua ex fidanzata Sof ’ja (ora sposa del figliastro di Anna) si lascia andare al demone della conquista magnetizzando l’attenzione di tutte le donne, in particolare di Sof ’ja. A tarda notte, ubriaco, cede alla passione che Anna manifesta per lui e si reca da lei eludendo il richiamo della moglie. Sasa, disperata, si sdraia sui binari del treno decisa a morire ma viene salvata in extremis dallo stesso Osip. Abbandonato dalla moglie, Platonov cede al progetto di Sof’ja di fuggire con lei. Ma continuano i colpi di scena e gli intrecci amorosi fino al drammatico.

Bravi gli attori, scenografia molto smilza e povera, storia sempre attuale: intrecci amorosi, corna e bicorna, uomini perdutamente inguaribili "dongiovanni" e donne "perdutamente" ingenue da cascare inevitabilmente ai loro piedi...la storia si ripete, non importa in quale secolo e in quale località...tutto il mondo è paese!

17 novembre 2008

Ieri pomeriggio a teatro...



ENRICO IV di Luigi Pirandello

La settimana scorsa si è inaugurata l’edizione 2008-2009 de “Il grande teatro” a Verona presso il teatro Nuovo. In scena l’Enrico IV di Pirandello, al suo debutto con la compagnia del Teatro Stabile di Verona. “Sarà un debutto – ha detto l'assessore alla cultura veronese E. Perbellini– che permetterà a questa compagnia teatrale, composta da molti attori veronesi, di dimostrare quanto stia crescendo il peso di Verona a livello nazionale in ambito teatrale”.
Lo spettacolo debutta a Verona in prima nazionale, per poi girare in tutta Italia.
Il nuovo allestimento del Teatro Stabile di Verona si avvale della regia di Paolo Valerio e di due protagonisti del panorama teatrale nazionale: Ugo Pagliai e Paola Gassman, affiancati da Roberto Petruzzelli, Alessandro Vantini, Teodoro Giuliani, Roberto Vandelli, Giuseppe Lanino, Beatrice Zardini, Andrea De Manincor, Francesco Mei e Francesco Godina. La scenografia è di Graziano Gregori, i costumi di Carla Teti (molto belli) e le musiche di Antonio di Pofi.

L'opera, considerata il capolavoro teatrale di Luigi Pirandello, è uno studio sul significato della pazzia e sul tema, molto caro all'autore, del rapporto, complesso e alla fine inestricabile, tra personaggio e uomo, finzione e verità.

Il testo narra la storia di un borghese romano che dopo anni di follia dovuta ad una rovinosa caduta da cavallo, guarisce ma decide di continuare a simulare la pazzia per coprire, senza doverlo pagare con il carcere, l'omicidio per vendetta dell'uomo che fece cadere da cavallo per ucciderlo e rubargli la moglie.

Bravissimi come sempre la Gassman e Pagliai, semplice ma curata la scenografia, impeccabile la regia di Paolo Valerio.
Il mio nuovo abbonamento èiniziato proprio alla grande, e sono contenta di essere riuscita a spostarlo alla domenica pomeriggio.

5 marzo 2008

Ieri sera a teatro...

LA PAROLA AI GIURATI (Twelve angry men)
di Reginald Rose - protagonista e regista Alessandro Gassman
e con Manrico Gammarota, Sergio Meogrossi, Giancarlo Ratti, Fabio Bussotti, Paolo Fosso, Nanni Candelari, Emanuele Salce, Massimo Lello, Emanuele Maria Basso, Giacomo Rosselli, Giulio Federico Janni

Un ritorno di Alessandro Gassman (forte di un’ultraventennale esperienza teatrale e cinematografica e del recente grande successo nel film “Caos calmo” di Antonello Grimaldi) nella duplice veste di attore e regista con uno spettacolo tratto da un film di successo: Twelve angry men, opera prima di un trentatreenne Sidney Lumet che, nel lontano 1957, decise di portare sul grande schermo la fortunata sceneggiatura scritta tre anni prima da Reginald Rose per un teledramma. Con questo film interpretato da Henry Fonda il regista Sidney Lumet ottenne numerosi riconoscimenti tra cui l'Orso d'Oro al Festival di Berlino e una nomination all'Oscar.La vicenda dello spettacolo, come quella del film, ha luogo a New York nel 1950. Si è conclusa in aula l’escussione delle prove circostanziali e delle testimonianze contro un giovane ispano-americano accusato di parricidio. Ora una giuria popolare composta da dodici uomini è chiusa in camera di consiglio per decidere il destino dell’imputato: i giurati devono raggiungere l’unanimità per mandare a morte il giovane che si dichiara innocente. Tutti sembrano invece convinti della sua colpevolezza. Tutti tranne uno (Alessandro Gassman) che, con meticolosità e intelligenza, costringe gli altri a ricostruire i passaggi salienti del processo e, poco alla volta, in un dibattito sempre più acceso e personalizzato che arriva, a tratti, fino allo scontro fisico, ne incrina le certezze, insinuando in loro il principio secondo il quale una condanna deve implicare la certezza del crimine al di là di ogni ragionevole dubbio. Uno a uno, tutti i giurati, in una sorta di psicodramma in cui affiorano pesanti elementi autocritici, finiscono col convincersi dell’innocenza del giovane superando pregiudizi anche razziali che, all’inizio, stavano per indurli a esprimere un frettoloso giudizio di condanna. Alessandro Gassman, che affronta con questo testo la sua seconda regia teatrale, dichiara: "L’interesse per il lavoro di regia è stato per me un naturale approdo. Dopo più di vent’anni di teatro militante in qualità di attore e due stagioni di successo con la mia prima regia, (“La forza dell’abitudine” di Thomas Bemhard) ho inteso proseguire la mia ricerca affrontando un testo coinvolgente e profondamente ideologico, che mi permette di entrare nelle varie e sfaccettate tipologie umane e caratteriali, colte in una situazione claustrofobica nella quale emergono gli aspetti umani più contraddittori. I temi trattati da Twelve angry men – conclude Gassman – sono in questi anni più che mai al centro di dibattiti internazionali, dalla legittimità della pena di morte al dramma sociale del razzismo".

Lo spettacolo, tutto al maschile, ha per interpreti dodici attori nei panni dei dodici giurati. Nel film del 1957 la giuria popolare – spiega l’attore-regista – era tutta maschile poichè non potevano esserci nè donne, nè minoranze etniche. Per rendere il testo più vicino a noi ho inserito un giurato italo-americano e un cittadino dell'Est: una cosa impensabile per l’America degli anni Cinquanta.


Intervista ad Alessandro G. di Betty Zanotelli

Gassman, perché ha scelto «La parola ai giurati»?
Perché è un’opera che mi ha dato grandissime emozioni e perché ha una doppia valenza: come regista mi dà la possibilità di mettere in evidenza 12 distinte personalità e quindi di rappresentare buona parte della società di oggi. Il testo di Reginald Rose, poi, mi permette di toccare una problematica - la pena di morte - che mi sta particolarmente a cuore tanto più ora, alla luce della moratoria passata all’Onu (su proposta dell’Italia e strenuamente sostenuta dal ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, ndr) anche grazie al lavoro, una volta tanto, encomiabile dei nostri politici: lo spettacolo, dunque, ha un duplice significato: di intrattenimento, ma anche di messaggio, per il pubblico.

Lei è uno dei 12 giurati...
Questo è un allestimento realmente corale; io interpreto l’ottavo giurato, che si differenzia dagli altri solo perché all’inizio è l’unico che non crede alla colpevolezza di un ragazzo che ha apparentemente ucciso il padre. Sono molto contento degli esiti sin qui ottenuti soprattutto per la quantità di emozioni che il pubblico ci dice ricevere dallo spettacolo: io lavoro quasi esclusivamente per questo.

Perché un attore come lei ha accettato di partecipare alla fiction tivù (in onda il venerdì su Canale 5) "I Cesaroni"?
È stato mio figlio Leo di 9 anni a farmi scoprire questa serie televisiva che, tra l’altro, sta battendo ogni record di ascolti, cosa che non mi stupisce affatto perché è ben fatta, non volgare, racconta una famiglia italiana media. Mi faceva piacere, quindi, partecipare a una produzione che piace a mio figlio e ai suoi amici, senza contare che mi sono molto divertito a recitare con due colleghi come Elena Sofia Ricci e Claudio Amendola, miei amici da tempo. E poi, penso che I Cesaroni sia un lavoro molto simile alla miglior commedia all’italiana.

A proposito di tivù, lei è anche nel cast di "Pinocchio"...
Ho partecipato alla fiction per Raiuno che non so quando andrà in onda - forse sotto Natale - perché l’ho girata in inglese e la devo ancora doppiare. Io ho il ruolo di Carlo Collodi, l’autore di Pinocchio, che diventa poi anche voce narrante, e la cui vita è raccontata come in una piccola storia separata dal resto. Avevo accanto a me Margherita Buy, Violante Placido, Luciana Littizzetto, Bob Hoskins che interpreta Geppetto. La cosa più interessante è stata avere l’occasione di lavorare con un valido attore come Hoskins con cui ho parlato del teatro, soprattutto quello inglese, che è la mia grande passione».

Suo padre Vittorio è stato uno dei più carismatici attori italiani eppure si ha la sensazione che venga ricordato troppo poco...
L’Italia, si sa, è un Paese con la memoria corta, con poco rispetto per chi ha fatto cose importanti, e non mi riferisco solo a Vittorio Gassman. È sintomatico che mio padre muoia nel giugno del 2000 e a settembre il festival del Cinema di Venezia neppure lo ricorda; sembra una cosa degna di Scherzi a parte più che di un festival del cinema. Quella dimenticanza lascerà un segno, farà sì che il responsabile della Mostra dell’epoca di cui non rammento il nome (Alberto Barbera, ndr) verrà ricordato come il direttore che si è dimenticato di Vittorio Gassman.


Intenso e drammatico, alle volte anche un pò troppo "arrabbiato".
Scenografia perfetta, tutti bravissimi, Gassman pure un bel figo, il che non guasta!

27 febbraio 2008

Ieri sera a teatro...

Paoli Poli in Sei brillanti SEI BRILLANTI - Giornaliste Novecento di e con Paolo Poli

Spettacolo di “acuta e profonda leggerezza”, quella ormai consolidata di un’artista che di questa cifra ha fatto uno dei punti chiave del suo teatro.

Alla soglia degli ottant'anni, Paolo Poli non sembra avere perso la voglia di provocare, di intrattenere, di divertire e soprattutto di rimettere le mani in quel suo inesauribile repertorio di canzoncine cretine o maliziose dell'Italia d'antan (con qualche significativo slittamento, stavolta, verso epoche e brutture a noi più vicine). Questo, da sempre, è d'altronde lo stile del personaggio, questo è il genere di effimeri ma scintillanti materiali che ne valorizzano di più la raffinatissima verve espressiva, il gusto pungente, l'elegante misura: chi non l'ha mai visto, non perda l'occasione. Chi lo ama riscopra a qual grado è arrivata la sua perfezione esecutiva.

A differenza del solito, Sei Brillanti - Giornaliste Novecento non si basa su un testo teatrale definito, sviluppato con intenti più o meno derisori nei riguardi dell'autore, ma assume dichiaratamente una forma aperta da varietà, dove lui fa il dicitore e la soubrette, in un variopinto alternarsi di couplet, di balletti, di scenette. Come sempre, Poli è accompagnato da un manipolo di volonterosi giovanotti pronti a trasformarsi in ogni sorta di improbabili olandesine, balenotteri, scimpanzè. Qui, però, a fare da filo conduttore, ci sono sei brevi scritti di altrettante note giornaliste, pubblicati fra gli anni Venti e gli anni Ottanta.

I sei brillanti del titolo sono i sei monologhi con cui, attraverso i testi di sei “adorabili penne” del secolo scorso, Poli disegna una caricatura sferzante e ineccepibile del Novecento. Maria Volpi Nannipieri in arte Mura, Paola Masino, Irene Brin, Camilla Cederna, Natalia Aspesi ed Elena Gianini Belotti (autrici di brevi racconti pubblicati dagli anni ’20 agli anni ’80) sono le sei voci che l’artista ha scelto di incastonare nelle scenografie di Emanuele Luzzati, cangianti fondali ispirati alle varie correnti pittoriche del ‘900, condendo il tutto con canzonette d’epoca proposte con particolari registri vocali o in quel delizioso falsetto di cui Poli è maestro. Ma l’irrinunciabile priorità del “divertirsi divertendo”, quel suo bizzarro e stravagante ammiccare all’avanspettacolo, trovano un solido contraltare nel tema della morte. Tema che affiora sottovoce, quasi a sottolineare che il più prezioso “brillante” che possediamo è proprio la vita e che quindi, come sostiene Paolo Poli, l’unica cosa degna di essere presa seriamente è proprio la leggerezza. Un “approccio all’esistenza” che “gioca – ha scritto un critico – con il grottesco e trasforma gli orrori in fotografie collettive da incorniciare”. Lo spettacolo dunque, oltre a fare ridere, fa anche pensare attraverso una variegata “scorribanda” tra i colori, le musiche, le follie, le miserie e gli umori di un secolo che Paolo Poli ci racconta senza risparmiare i suoi frizzi un po’ chic, la sua satira divertita e sempre elegante, la sua verve, la sua grazia intelligente e il suo straordinario talento. Un Novecento che ha come punto di partenza le cronache letterarie di sei giornaliste. A cominciare – spiega Poli – da quella Maria Volpi Nannipieri che "negli anni '20, nelle sue “Perfidie”, parlava di amori saffici in un'epoca in cui Mussolini avrebbe avuto parecchio da ridire sul tema. E poi Paola Masino: negli anni che precipitavano verso la crisi economica del '29 ebbe il coraggio di lanciare, sul settimanale Omnibus di Longanesi, il grido di un’inchiesta dal titolo “Fame”. Un articolo – continua l’artista toscano – che mise più di un mal di pancia alla maggioranza rispettabile che se ne fregava del prossimo. Poi arriva Irene Brin, storica firma di Omnibus, e la poveretta si dovette inventare la "contessa Clara" per raccontare la società dell’epoca attraverso la moda. Ma era una mente brillantissima. E poi, ancora, Camilla Cederna, anche lei una giornalista coraggiosissima (come lo sono in genere tutte le donne) di cui ho scelto, erano gli anni della Dama Bianca e di Coppi, “Il lato debole”. Per raccontare l'attualità ho invece preso – conclude Poli – due firme assai lontane tra loro, Natalia Aspesi ed Elena Gianini Belotti, entrambe mie care amiche.

Questa scelta ha due effetti principali: da un lato gli consente di affondare le mani nel costume italiano dello scorso secolo - sia pure con ironia e leggerezza - in un modo per certi aspetti più diretto di quanto mai non avesse fatto finora. Dall'altro gli fa compiere un percorso attraverso epoche diverse, variando i toni e gli oggetti dei suoi strali: memorabili l'infermierina tutta azzurrina che canta «avvinta come l'edera», e il prete-indossatore che sfila intonando Bello e impossibile e Maledetta primavera.
Dietro all’omaggio, dunque, a sei giornaliste donne accomunate dal coraggio di dire, di stupire, di guardare il mondo senza i veli dell’ipocrisia, un omaggio all’universo femminile, o meglio a quelle donne che hanno fatto e fanno dell’intelligenza e della cultura la loro bandiera. Tutto questo attraverso quello specialissimo teatro di Paolo Poli, un “unicum” che gli è valso la scorsa estate al Teatro Romano il Premio Renato Simoni alla carriera.

In scena (accanto a Paolo Poli che è anche regista dello spettacolo) Luca Altavilla, Alberto Gamberini, Alfonso De Filippis e Giovanni Siniscalco. E poi ci sono le ingegnose scene di Luzzati che citano i pittori di quegli anni, da Dalì a Casorati a Balthus, e i divertenti costumi di Santuzza Calì. Di Jacqueline Perrotin gli arrangiamenti musicali.

Bravo, bravissimo Poli!!!

30 gennaio 2008

Ieri sera a teatro...


LA LUNGA VITA DI MARIANNA UCRIA di Dacia Maraini

con Mariella Lo Giudice, Luciano Virgilio - regia di Lamberto Puggelli

Considerata la scrittrice italiana contemporanea più conosciuta all’estero, Dacia Maraini con il romanzo La lunga vita di Marianna Ucria vinse il premio Campiello nel 1990. Il successo dell’opera la indusse a scriverne un’edizione teatrale che, messa in scena nel 1994, vinse il Premio IDI per la miglior regia. Scrive l’autrice: “Sono contenta che a distanza di tempo lo spettacolo venga ripreso nella sua integrità, con lo stesso regista, lo stesso scenografo e la stessa musicista, anche se gli attori sono mutati. La novità del testo teatrale rispetto al romanzo sta nello sdoppiamento di Marianna, ora giovane che osserva se stessa invecchiata, ora anziana che rivolge lo sguardo sbalordito a una se stessa infantile e persa. Questo gioco di prospettiva mi ha permesso di mantenere qualcosa dello stile metaforico, ragionato, del romanzo. Mi ha permesso di “riferire” il pensiero della protagonista che è parte integrante del tessuto narrativo”. La vicenda è ambientata in Sicilia, nel Settecento e narra la storia della nobile famiglia Ucria. Marianna, la protagonista, viene rappresentata in tre periodi della sua vita. All’inizio è una bambina che gioca e canta quand’ecco un uomo afferrarla e violentarla. Da questa violenza Marianna uscirà muta. C’è poi Marianna adulta, prima giovane signora e poi in là con gli anni, che conosce la propria sensualità grazie all’amore di un servitore e trova nel pretore Camaleo, che pure la ama, la dolcezza di una grande intesa intellettuale. Ma l’inquietudine e la sete di vita e di conoscenza di Marianna (divenuta una donna coltissima) la inducono a partire e ad abbandonare la Sicilia, via dal chiuso di una società che le ha ristretto la vita.


Avevo letto il libro e mi era piaciuto moltissimo, sia per la storia narrata che per il modo in cui si leggeva.
Mi è piaciuta moltissimo la rappresentazione teatrale, un cast di 23 attori bravissimi, dei costumi bellissimi, una scenografia molto avvincente e d'effetto, una musica perfetta.

24 gennaio 2008

Ieri sera a teatro...

DUE ORE FILATE DI SHOW RAFFINATO E SCINTILLANTE CHE AVVOLGE IN UNA SPIRALE DI VITALITÀ, ENERGIA E PASSIONE ASSOLUTA.

SOLA ME NE VO - regia di G. Solari

Travolti da un’insolita Melato - di Betty Zanotelli

Dice che il teatro è casa sua, la sua essenza, un «fiume che la travolge». Ma, dopo due ore filate di spettacolo raffinato e scintillante, è lei, a travolgere il pubblico, ad avvolgerlo in una spirale di vitalità, di energia, di passione assoluta. Trascinante Mariangela che, tra spizzichi di autobiografia, assaggi di quella consolidata abilità di attrice che tutti le riconosciamo, accenni di disinvolta danza, con quella voce che, anche alla prova come cantante, mostra una sua ragione d'essere, riempie di sé un Teatro Nuovo mai così gremito e così coinvolto. E così, come era ampiamente prevedibile, lo show «Sola me ne vo» (proposto come «evento speciale» nella rassegna «Divertiamoci a teatro») in cui la Melato indossa panni per lei inusuali - votati alla leggerezza, all'ironia sapientemente spruzzata di vena malinconica, all'amabile e divertita presa in giro di sé medesima - diventa l'ennesima dimostrazione di un'attrice che in realtà non ha bisogno di dimostrare nulla. E' talento allo stato puro; è «animale» da palcoscenico in grado di prendere il pubblico per mano e di condurlo dove meglio crede. La meta, in questo caso, è il racconto, tra il serio e il faceto, della propria vita, quella di una donna che ha scelto di stare sola, di votarsi (non senza qualche cedimento) anima e corpo all'arte e di trasmettere visceralmente questa sua passione a chi la vede e la ascolta. Certo, Giampiero Solari, il regista dello spettacolo nonché coautore dei testi (assieme alla stessa Melato, a Vincenzo Cerami e Riccardo Cassini) le confeziona, con consumata abilità un «abito» su misura, un «one woman show» sfavillante, con tanto di sei baldanzosi e scattanti ballerini (molto indovinate ed estremamente dinamiche anche le coreografie di Luca Tomassini; molto belli i costumi di Francesca Schiavon) che la circondano, l'assecondano così come le musiche eseguite dal vivo da Lorenzo Capelli con l'orchestra che sta sullo schermo. E così, tra un passo e l'altro di danza, tra una concessione e l'altra alla recitazione - intensissima la Blanche de «Un tram che si chiama desiderio» - tra inevitabili citazioni da Shakespeare («Macbeth» e «La Tempesta»), una colonna sonora che saltella di qua e di là. Eccola allora affiorare Mackie Messer tratta dall'«Opera da tre soldi» a «Ti parlerò d'amor» (eseguita proprio alla Wanda Osiris con annesso turbante) alla «Vita spericolata» del Vasco nazionale, non può non farsi strada quel «Sola me ne vo», accattivante ritornello di un agrodolce brano anni Trenta. In mezzo ci sta una vibrante rievocazione di Giorgio Gaber e delle sue folgoranti intuizioni in «Qualcuno era comunista» scandita a ritmo di blues e ancora il dolceamaro affresco di «Far finta d'essere sani». Il filo che tiene magicamente uniti tutti questi ingredienti è lei, Mariangela, vetrinista alla Rinascente, nata a Milano da un vigile «Trotzkijsta» e da una un'ingegnosa sartina, pronta a confezionarle, con il cartone, una pelliccetta simil-astrakan in modo che la figliola, ormai avviata al palcoscenico, non sfiguri nel ricevimento post-spettacolo. Un aneddoto, questo, molto gustoso che si mescola ai tanti altri in uno show-patchwork che prende forma su un palcoscenico su cui primeggiano schermi ovali in funzione anche di specchi. Se la confezione è impeccabile, i ritmi e i tempi sono quelli di un varietà luccicante in cui tutto è studiato e costruito con cura e in cui c'è una primadonna che, da sola, è capace di ammaliare il pubblico e di conquistarlo non solo con i diversi «colori» del suo essere straordinaria interprete ma anche con i suoi più intimi risvolti di donna. Di fronte a una simile bravura, si può anche perdonare qualche banalizzazione nei testi che talora rivelano una debolezza strutturale, ma che non inficiano la qualità dello spettacolo. Che dire, in definitiva? Che, parodiando il titolo di un suo celebre film, si esce da teatro…travolti da un'insolita Mariangela.

Purtroppo non sono riuscita ad assistere a questo spettacolo, a cui tenevo molto, considero la Melato una donna straordinaria.
Sono previste 6 repliche allo Smeraldo di Milano la prima settimana di marzo, mi sto già attivando per i biglietti e sicuramente questa volta non mancherò!

7 marzo 2008: sono andata allo Smeraldo!
Che dire, a me la Melato piace molto, e lo spettacolo mi è piaciuto.
E' brava a intrattenere il pubblico, si racconta anche prendendosi in giro da sola, canta garbatamente grazie anche al suo timbro di voce così "ruvido", è aggraziata nei movimenti...manca un pò nel ballo, ma credo che non volesse dar prova di essere una ballerina o una soubrette completa, anzi.
Forse sono anche troppi i sei baldi giovani al suo fianco...
Personalmente, non mi è piaciuta la filippica politica cercando di imitare Gaber...quella no, non mi piace affatto quando il palcoscenico si tinge di politica.

16 gennaio 2008

Ieri sera a teatro...

LA FAMIGLIA DELL'ANTIQUARIO di C. Goldoni

Teatro Stabile del Veneto – Teatro Stabile di Genova
con Eros Pagni, Virgilio Zernitz, Gaia Aprea, Anita Bartolucci
regia di Lluis Pasqual

Scriveva Goldoni: “Circa il titolo della commedia, l’ho intitolata in due maniere, cioè: La famiglia dell’antiquario ossia La Suocera e la Nuora. I due titoli mi pare che convengano perfettamente. La Suocera e la Nuora sono le due persone che formano l’azione principale della commedia; l’Antiquario, capo di casa, a causa del suo fanatismo per le antichità, non badando agli interessi della famiglia, dà adito alle loro pazzie e ai loro perenni dissensi”. E, a proposito del finale, aggiungeva: “Mi sarebbe stato facile far riappacificare le due donne, ma, preferendo la verità poco gradevole a una deliziosa immaginazione, ho voluto dare un esempio della costanza femminile nell’odio. Ciò però non sarà senza profitto per chi si trovasse nel caso”.
Il regista, Lluis Pasqual, cresciuto alla scuola di Strehler, in seguito direttore del Teatro Odeon - Teatro d’Europa e del settore Teatro della Biennale di Venezia, è considerato uno dei maggiori registi europei. Dopo avere firmato diverse regie di opere settecentesche tradotte in catalano tra cui una memorabile Una delle ultime sere di carnevale, affronta qui per la prima volta in lingua originale Goldoni, un drammaturgo che ha molto amato e frequentato.
Scrive Pasqual: “La famiglia dell’antiquario è un’opera leggera come il fumo e delicata come una ragnatela. Goldoni la colloca in una lontana Palermo, che è come dire Venezia. E i suoi personaggi sono più veneziani dello stesso Rialto, tutti toccati dalla stessa luce del miracolo e avvolti dalla stessa acqua che li riflette”. E aggiunge, a proposito dell’umanità e dell’universalità dei personaggi di quest’opera: “Siamo noi che osserviamo Goldoni o è lui che ci guarda malizioso e sorridente soprattutto contento di avere indovinato una specie di codice genetico di comportamento che perdura allegramente e si ripete e continua a girare come gira il mondo?”.

Mi è piaciuto molto, due ore e mezza di spettacolo senza intervallo.
Ai personaggi principali si affiancano le immancabili figure caratteristiche di Brighella e Colombina.
Bravi gli attori, di rilievo i falsetti e le movenze tipiche settecentesche delle due dame nella prima parte.
I cambi di scena simpaticamente sottolineati da accenni di minuetti eseguiti con grazia dagli stessi attori.
Da rilevare i cambi di costumi degli attori principali che, attraverso le varie scene, passano dal '700 fino ai giorni nostri, quasi a voler sottolineare maggiormente questo eterno conflitto insanabile tra suocera e nuora.

28 novembre 2007

Ieri sera a teatro...

Serata mozzafiato e da brivido anche dopo 30 anni dall'esordio del film!

PROFONDO ROSSO il musical

Da uno dei più celebri thriller della storia del cinema nasce un nuovo musical con la supervisione artistica di Dario Argento.
Suspance, emozioni, colpi di scena, tutti gli elementi del thriller mescolati alla musica di un altro specialista del brivido: Claudio Simonetti.
La riduzione teatrale è di Marco Daverio che ha riadattato la sceneggiatura trasportandola in una dimensione drammatica e surreale, con momenti fantastici arricchiti da scene spettacolari, costumi, effetti luce e balletti coreografati da Stefano Bontempi. Il tutto ispirato al teatro francese del Grand Guignol. La regia è di Marco Calindri.
Protagonista Michel Altieri, 29 anni, star del musical scoperto dal maestro Pavarotti, vincitore di numerosi premi internazionali tra cui il Massimini e il Theatre Award. Definito dalla critica talento multiforme tra prosa e musical già protagonista di Rent, Il ritratto di Dorian Gray e Promessi Sposi.
Al suo fianco Silvia Specchio, performer di musical come Giovanna d'Arco, La Febbre del sabato sera e Cantando sotto la pioggia. Ballerina e cantante di grande esperienza interpreterà il ruolo di Gianna che nel film originale era di Daria Nicolodi.
Entusiasmo da parte di Dario Argento che ha concesso i diritti per l’adattamento teatrale riservandosi una supervisione artistica. Un tributo ad un grande maestro italiano ricordato anche nel recente festival di Cannes e che vedrà l’uscita della sua nuova opera: il film “La terza madre” che chiude la trilogia iniziata con “Suspiria” ed “Inferno”.
“Ho sempre desiderato riportare all’attenzione del teatro il genere del Grand Guignol ” così ha spiegato Argento all’autore della riduzione teatrale.
“Profondo Rosso” si presta in modo particolare a questa operazione. Il film infatti contiene molti riferimenti al Grand Guignol: delitti raccapriccianti, la medium, il movente psicologico, il flash back, la decapitazione, il pupazzo che ride...
Il Teatro del Grand Guignol, ricavato da una chiesa sconsacrata e inizialmente adibito a spettacoli con marionette, fu fondato a fine ‘800 da Oscar Metenier e divenne in breve una delle attrazioni più viste nella Parigi degli anni ‘20. Nelle guide turistiche era indicata come la terza tappa in ordine di importanza dopo il Louvre e la Torre Eiffel. Gli spettacoli teatrali messi in scena al Grand Guignol possono considerarsi i precursori del cinema thriller e horror, con vicende misteriose, ricche di momenti cruenti e di suspance, spesso ispirate a fatti di cronaca nera realmente accaduti. In scena venivano usati trucchi straordinari per rappresentare davanti agli spettatori inorriditi i delitti più efferati: accoltellamenti, decapitazioni, ustioni, volti sfigurati col vetriolo... Le storie raccontavano di assassini psicopatici, maniaci sessuali, torbidi affari. Il successo fu enorme e durò sino agli anni ‘60 quando il Teatro del Grand Guignol chiuse i battenti a causa della concorrenza con le sale cinematografiche. Proprio al cinema dell'orrore si imputa la responsabilità per la chiusura del teatro. Eppure tra le sue opere rappresentate ci furono riduzioni teatrali di grandi film horror e thrilling.
L'idea di trasformare "Profondo Rosso" in un moderno classico del Grand Guignol vuole ripercorrere questa strada . Già nel 1925 Andrè de Lorde aveva adattato il film "Il gabinetto del dottor Caligari" diretto nel 1919 da Robert Wiene, un capolavoro dell'espressionismo tedesco. L'allestimento fu un grande successo e divenne un classico del Grand Guignol tornando in cartellone stagione dopo stagione fino al 1950. Gli spettatori erano così spaventati che i malori e gli svenimenti erano frequentissimi, obbligando il direttore del teatro a ricorrere alla presenza fissa di un medico tra il pubblico (probabile precursore del nostro medico di sala).
Un altro elemento fondamentale del film di Dario Argento è la musica che tanto ha contribuito al successo della pellicola. Composta in parte da Gaslini e in parte dai Goblin di cui faceva parte il maestro Claudio Simonetti. Un momento esemplare di perfetta simbiosi tra immagine e colonna sonora. E’ impossibile ancora oggi separare il film Profondo Rosso dal celebre motivo che lo accompagna. Per questo la trasposizione teatrale non poteva prescindere dalla musica. Da qui l’idea di farne un musical usando sia i motivi più celebri della colonna sonora originale sia musica composta per l’occasione sempre da Claudio Simonetti.
Il cinema horror e di suspance ha decretato la fine del Grand Guignol; un thriller cinematografico trasposto in scena potrebbe ora ridargli vita.
Il cerchio si chiude.
“Profondo Rosso il musical” si presenta come uno dei lavori più curiosi ed interessanti di questa nuova stagione teatrale, ha debuttato il 7 ottobre al Teatro Coccia di Novara e toccherà i principali teatri italiani.

Due ore e mezzo di spettacolo con un breve intervallo che ci hanno saputo far rivivere il fascino misterioso e diabolico del film di Dario Argento.
Musica molto coinvolgente, arrangiamenti estrosi e divertenti, come il Minuetto e il Tip Tap, che ammorbidiscono un pò la scena, tutta nera "argentante" e grondante di spiriti delle tenebre.
Unica nota dolente: la canzone romantica di Silvia, nel secondo tempo, che secondo me un pò stonava nel quadro così drammatico e surreale, sembrava uscita da un film di Walt Disney, mi è venuta subito in mente Belle e la Sirenetta.
A me è piaciuto, ma la critica sull'Arena non è stata molto entusiasta:

Impresa ardua tradurre in musical un giallo-horror
"Profondo rosso" non ha la potenza del film
di Simone Azzoni

Difficile inquadrare questo Profondo rosso. C’era attesa per lo spettacolo, c’era "l’autorizzazione a procedere" arrivata nientedimeno che dal maestro che firmò la regia nel '75. Non vorremmo che il nodo fosse proprio il placet di Dario Argento ad una operazione che, assieme alla recentissima biografia, ai fiumi di interviste e al film La terza madre nelle sale in questi giorni, contribuisce di fatto al rilancio mediatico del regista. Data per scontata l’ovvia difficoltà del confronto con il modello, essa diventa fatica se il genere scelto per tradurre un giallo-horror è il musical. Detto questo, sarebbe utile fare delle scelte: cosa sottolineare del film? le atmosfere? il mistero mistico-psichico? i turbamenti dell’inconscio? lo splatter sanguinolento? La drammaturgia del film è sicuramente pretesto e le modifiche del regista Marco Calindri vanno probabilmente nella direzione della loro rappresantibilità. Niente decapitazione finale del colpevole, niente omicidio del professore e soprattutto niente morte del povero Carlo, amico del detective e figlio dell’assassina. Il film è noto alla platea: cosa poteva aggiungere allora il musical? Gli stacchi dei balletti (con bautte simili a quelle del carnevale veneziano) o i monologhi di Michel Altieri e Silvia Specchio se presi come serie riflessioni sul tema della maschera e dell’assassinio sviliscono attori e autori. Il rosso del titolo si stempera poi in soluzioni scenografiche che puntano sullo specchio o sul rapporto proscenio-sfondo senza però isolare nei due luoghi uno specifico preciso (conscio ed inconscio). Ci resta l’omaggio ad Argento e la voglia di rivedere un film dove anche ciò che è datato trova sostegno nella coerenza.

21 novembre 2007

Ieri sera a teatro...

VITA DI GALILEO

Presentato dal Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia e dal Teatro degli Incamminati, ecco un testo straordinario, uno degli indiscussi capolavori teatrali del Novecento: “Vita di Galileo" di Bertolt Brecht con la regia di Antonio Calenda e con protagonista, Franco Branciaroli. Unanime, la critica ha giudicato questa interpretazione di Branciaroli uno dei punti più alti, per maturità artistica e professionale, raggiunti dall’attore.

Così scrive Magda Poli su "Sipario":
"Perno della rigorosa e lucida messinscena di Antonio Calenda è l’interpretazione che il bravo Franco Branciaroli dà di Galileo, nel quale la dismisura del genio e la voracità di sapere si fondono con le umane debolezze e le paure. Sotto un cielo da scrutare notte dopo notte il Galileo di Branciaroli è soprattutto un uomo. È l’intellettuale come Brecht (del quale porta la grigia giacca mentre gli altri attori indossano costumi d’epoca) che rivendica il libero esame delle “novità” nate dall’osservazione, senza lasciarsi condizionare da vincoli esterni. Galileo è un uomo che crede che la ragione di ciascuno non debba rinunciare allo spirito critico facendosi schiava dell’intelletto altrui, ma soccombe e perde. Branciaroli, affiancato in scena da un’ottima compagnia, ne cesella il lucido sentire, la rabbia della ragione prima di far scivolare il suo Galileo, dopo l’abiura, in un bofonchiare e borbottare da vecchio stanco".

“Vita di Galileo” è l’ultima opera di Brecht, frutto di un lavoro lungo e faticoso, tanto che l’autore ne propose tre versioni successive, elaborate tra il 1938 e il 1948. L’ultima e la definitiva fu rappresentata nel ’57, quando Brecht era ormai morto. La storia, discussa ed emblematica del grande astronomo pisano, ha come punto fondamentale e imprescindibile l’abiura cui la Chiesa lo costrinse quand’era ormai vecchio e quasi cieco.

Ed è questo l’elemento cardine su cui, nelle tre successive edizioni, si trovò a dibattere il drammaturgo tedesco: nella prima stesura, infatti, Galilei abiura per potere, seppure strettamente sorvegliato, continuare a lavorare, mentre nell’ultima arriva alla grande rinuncia senza secondi fini, semplicemente – e molto umanamente – per “paura del dolore fisico”.
A testimonianza dell’inquietudine da cui Brecht fu attanagliato per dieci anni di fronte all’analisi di questo straordinario personaggio, un suo allievo racconta che durante le prove dello spettacolo il drammaturgo soleva ripetere la stessa frase: “Il mio compito non è dimostrare che ho avuto ragione sino ad ora, ma capire se davvero ho avuto ragione”.
Sono molti i temi che Brecht affronta in questo testo: c’è non solo il problema etico, filosofico, scientifico che la rivoluzione galileiana pose al mondo intero, ma anche il tema eterno del rapporto tra potere e libertà della scienza e quello dei conflitti di coscienza del ricercatore per l’uso che potrà essere fatto delle sue scoperte.

«Per comprendere a fondo il senso e le peculiarità di questo testo – commenta Antonio Calenda – è necessario risalire alle grandi motivazioni per cui fu scritto. Impossibile non correlare l’ultima definitiva versione (in cui appunto l’autore condanna l’abiura di Galileo) con l’atteggiamento di certi scienziati a lui coevi, che proprio in quegli anni si erano resi indirettamente colpevoli del disastro di Hiroshima. Brecht ci ha donato un testo presago, turbato dall’intuizione dei drammi che l’uso distorto della scienza avrebbe provocato all’umanità».

La vicenda inizia nei primi anni del 1600 quando Galileo, docente di matematica a Padova, cerca di dimostrare la validità delle teorie copernicane aiutato da Andrea Sarti (figlio della sua governante) che gli sarà vicino fino alla fine. Proprio a Sarti, Galileo, ormai morente, affiderà il difficile compito di salvare le sue ricerche. Nel dramma brechtiano la vita di Galilei oscilla tra l’entusiasmo di scoperte destinate a rivoluzionare la scienza, la speranza di poter continuare le sue ricerche grazie a potenti alleati (Cristoforo Clavio, astronomo del Collegio Vaticano, e il granduca Cosimo de’ Medici), l’amarezza per le diffide della Santa Inquisizione, la rinata fede nel nuovo pontefice Urbano VIII e l’amara sconfitta finale. In mezzo a tutto questo, riecheggiano, lontani, gli eventi dell’epoca, primo fra tutti la terribile epidemia di peste che non impedisce a Galileo di proseguire, con immutato entusiasmo e rinnovata lucidità, le sue ispezioni celesti.


Una rappresentazione impegnata, ma mai noiosa.
Branciaroli bravissimo!
Complimenti anche agli altri dieci interpreti!

7 novembre 2007

Ieri sera a teatro...

Ieri sera inaugurazione della stagione teatrale "Il Grande teatro" presso il Teatro Nuovo di Verona.
Ha esordito Marco Paolini accompagnato da I Mercanti di Liquori:

MISERABILI: Io e Margaret Thatcher

Il titolo solletica di sicuro la curiosità dello spettatore incapace di scoprire un legame, ammesso che ci sia, tra Hugo e la ferrea ex premier inglese. Miserabili è un racconto in forma di ballata con tanta musica, interrotta dai monologhi-dialoghi immaginari di Nicola, il consueto “alter ego” degli “album” di Marco Paolini, che parla delle metamorfosi della nostra società dagli anni ’80 a oggi. L’argomento principale è l’economia, l’intreccio di “macro” e micro”, consueto del resto in Paolini, le ricette, le delusioni di questo passato prossimo che sconfina col presente e che su di esso ricade, inesorabile. In questo contesto, si trovano a convivere, in un legame al confine tra il reale e il surreale, “la Thatcher e Khomeini, lo sciopero dei minatori gallesi e la marcia dei colletti bianchi della Fiat, la dittatura del marketing, l&rsquo! ;imperativo della tecnologia a tutti i costi, l’abbattimento dello stato sociale e quella febbricitante euforia acritica che ci prende tutti, di fronte all’abbondanza”. Lo spettacolo è un “work in progress” per vocazione, anche perché è un modo di ragionare ad alta voce e senza pregiudizi, alla maniera di Paolini, sull’influenza, sempre crescente, delle regole e delle non-regole di mercato, sul nostro modo di immaginare il futuro senza progettarlo, di vivere il presente rimuovendo ogni memoria del passato. La Thatcher, protagonista di un immaginario dialogo con Nicola, diventa così il simbolo della nostra società, non più ristretta nei confini nazionali. “Signora Thatcher è sicura – chiede Paolini – che siamo diventati quello che voleva? In questo caso è proprio brava. Ci spieghi come ha fatto”.

Bellissimo spettacolo, quasi 2 ore senza intervallo...Paolini fantastico e grande la band di accompagnamento!

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