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20 ottobre 2014

Anteprima del Salone del Gusto in 10 prodotti del cuore


Tra pochi giorni aprirà i battenti a Torino il Salone del Gusto e Terra Madre, e non a caso l’anno in corso è stato dichiarato dalle Nazioni Unite Anno internazionale dell’Agricoltura Familiare, come a voler sottolineare ancora più forte il legame indissolubile che ci lega a questa terra.




Sono stata al Salone due anni fa, grazie a Garofalo e al nascente progetto Gente del Fud.
E fu divertimento puro, come Alice nel fantasmagorico Paese delle Meraviglie e Pinocchio al Paese dei Balocchi: un'incredibile e inebriante varietà di colori, sapori, profumi, che mi hanno avviluppato con foga, tanto da scoprire, una volta a casa, di aver sfocato la maggior parte delle foto scattate.
Ci ritornerò anche quest'anno, sempre ospite di Garofalo, che ha scelto l'AIFB, di cui faccio parte, come rappresentanza blogger.
E ci ritornerò più consapevole e con le idee più chiare, sicuramente meno giocherellona, più concentrata su prodotti e produttori da scoprire, o da conoscere meglio.
Questo, almeno, è il mio buon proposito :-)




Alla richiesta di elencare 10 prodotti da trovare al Salone, inizialmente sono rimasta perplessa e sbigottita, anche un pochino intimorita: mi sembrava un elenco lunghissimo da comporre, mi ripetevo che non ce l'avrei fatta. Ma poi, iniziando ad annotarmi qualcosa giorno per giorno, l'elenco si allungava ed iniziava a prendere forma, costringendomi infine anche ad esclusioni a malincuore.

Che lo show abbia inizio! :-)





Antichi Grani Siciliani


Ho conosciuto una persona eccezionale lo scorso maggio al convegno nazionale dell'AICI.
Sto parlando di Bonetta Dell'Oglio, chef palermitana e ambasciatrice nel mondo della sua terra anche attraverso i prodotti Slow Food (qui un'intervista rilasciata al Gambero Rosso).
Ne sono rimasta rapita, la sua competenza e la sua disponibilità nell'esporre il cammino intrapreso con la rivoluzione in un chicco, mi hanno portato a voler conoscere e provare queste antiche varietà di grani dimenticati, che ora stanno ritornando ad essere coltivati ed apprezzati. Per il momento non sono molti, ma il progetto porta la firma di una grande condottiera, che ne ha fatto anche un proprio stile di vita famigliare.





Farina del Miracolo


Una farina proprio miracolosa, che ora compero abitualmente dal mio molino fornitore di fiducia.
Questo Grano del Miracolo (Triticum compositum) è un frumento che produce molte spighe per ogni colmo, molto fascinoso per la sua grande altezza ma allo stesso tempo facilmente soggetto a ripiegarsi su se stesso. Pare fosse coltivato in Egitto da epoca ignota, e per questo viene addotto come il grano riportato nel racconto biblico delle piaghe d'Egitto (dalla Genesi 41:22 - poi vidi nel sogno che sette spighe spuntavano da un solo stelo, piene e belle).
Nell'800 è stato uno dei frumenti più diffusi in Sicilia e nel Molise, considerato vantaggioso proprio per le sue grosse spighe, chiamandolo adirittura frumento di meraviglia.
Ora coltivato nella valle del Piantone (Emilia Romagna), terra salmastra ricca di calcio e micro elementi naturali emersi anticamente dal mare, che ne favoriscono un aroma intenso e speciale.
Ultimamente non manca mai nella produzione dei miei pani a lenta lievitazione.
Mi piacerebbe assai se al Salone partecipasse anche il sig. Claudio, farmi affascinare dalle suoi racconti riguardo le scelte agricole biodiverse da lui perseguite (produce anche uno scalogno speciale, ne avevo ricevuto in regalo qualche cipollotto, provato a piantare ma senza buon esito, purtroppo).





Antiche Mele Piemontesi


Forse il primo frutto conosciuto dall'uomo, per via della storia di Adamo ed Eva.
Comunque un frutto facile, che non passa mai di moda, eclettico e trasformabile in meraviglie da gustare.
E nonostante le buone varietà più moderne presenti sul mercato, un occhio di riguardo meritano senz'altro i frutti antichi, forse più rustici, ma sicuramente con un approccio emozionale più forte in chi le gusta (forse ho un animo troppo sconfinante nel vintage :-)
E poi ... una mela al giorno leva il medico di torno!





Montébore


Un formaggio che mi ha colpito giusto nel cuore, anche se non sono una grande estimatrice di prodotti caseari (mozzarella e stracchini a parte).
Fossi una wedding planner, non rinuncerei mai ad esibirlo sul buffet nuziale.
Prodotto con 75% di latte bovino e 30% di latte ovino.
E poi, quando i prodotti si portano appresso storie antiche e leggende, mi affascinano di più, e la leggenda del Montébore è a dir poco regale:

L'anno 1489 a Tortona si celebravano le nozze fra Isabella d’Aragona e Gian Galeazzo Sforza, nipote di Ludovico il Moro. Cerimoniere era Leonardo da Vinci, straordinario genio dell'arte e della scienza ma anche attento gastronomo: il Montébore fu l'unico formaggio invitato a tanta nobile tavola.
Ma la storia di questo formaggio rarissimo è molto più antica e la si fa risalire dell’arte casearia dei monaci dell’abbazia benedettina di Santa Maria di Vendersi, sul Giarolo, il monte attorno al quale si sviluppano le tre Valli Grue, Curone e Borbera, già fra il IX e l’XI secolo (continua su Vallenostra).





Rigatel del Castel


Un formaggio nostrano, veronese doc perchè fatto al 100% con latte di Villafranca di Verona e Valeggio sul Mincio, dall'aspetto povero e poco appetitoso, di forma tozza e rigata a cerchi, ma dal gusto e profumo molto invitante.
Mi piacerebbe potesse diventare un Presidio Slow Food, credo abbia tutte le carte in regola per esserlo. 
Ed anche per questo formaggio un'antica leggenda narra che ...


... nel lontano 1288, pochi anni dopo il rinnovo dell'Atto di fondazione di Villafranca da parte della Signoria Scaligera, al di fuori delle mura di cinta del Castello vivesse una famiglia di casari votata alla produzione di formaggi.
Ogni seconda domenica del mese, all'interno delle mura, si teneva un Palio, al quale partecipavano la plebe e le varie famiglie nobili e borghesi della zona: durante questa giornata di festa si tenevano gare, giochi e mercatini di ogni genere.
La Signoria Scaligera, in una di queste domeniche, indisse una contesa con lo scopo di deliziare i fini palati delle nobiltà presenti con prodotti a loro sconosciuti. A questa gara si iscrissero cuochi, pasticceri, salumieri provenienti da ogni dove ed anche il giovane figlio del casaro del castello. L'ambito premio erano 5 monete d'oro.
Al termine dei giochi e delle sfilate, le Signorie presenti si dedicarono a luculliani libagioni. Sul lungo tavolone imbandito per il pranzo spiccavano prodotti e piatti estremamente colorati ed elaborati. Solo uno tra tutti aveva un aspetto povero e poco appetitoso: era una semplice formaggella tozza e rigata a cerchi concentrici. 
Tutti i commensali si diressero verso i prodotti più elaborati, non considerando la piccola formaggella. Il figlio del casaro, scoraggiato dal poco interesse dimostrato verso il proprio prodotto, decise allora di tagliarlo e di offrirlo a piccoli boccconi. La piccola formaggella emanò così un profumo tanto invitante che tutti furono attratti da quel delizioso aroma e si diressero verso il giovane casato che, stupefatto ed orgoglioso del forte interesse dimostrato dall'intera platea, si mise a distribuirne a piccoli bocconi. Di lì a poco l'intera scorta del giovane casaro terminò. 
Qualche giorno dopo la Signoria Scaligera lo convocò a palazzo per ringraziarlo e premiarlo del successo avuto e il giovane casaro, fiero di quel momento, portò con sè il padre. Una volta arrivati al cospetto della Signoria, venne loro chiesto quale fosse la ricetta del delizioso formaggio.
"La ricetta non posso divulgarla - disse il giovane - ma posso solo dirvi il nome: Rigatel del Castel".





Tortellini di Valeggio


Non me ne vogliano gli amici bolognesi, ma il Tortellino di Valeggio è un'istituzione nel nostro territorio, una tradizione culinaria che ancora si tramanda di generazione in generazione.
E le sfogline nostrane con le loro abili mani riescono a tirare questa lunga sfoglia fina con maestria e destrezza, guarnendola poi con il ripieno più prelibato e stagionale, anche se il classico evergreen resta quello alla carne.
Due anni fa ne avevo adocchiati col ripieno di gallina padovana, Presidio Slow Food della mia regione, sicuramente da provare ora!





Riso Vialone Nano


E' l'unico tipo di riso ammesso nella mia cucina, esotici a parte, tipico esempio di campanilismo culinario.
Amo molto le antiche varietà come quello essicato sull'aia e quello nero.  Oppure quello lavorato a pestelli, dove una particolare lavorazione lenta e con il minimo attrito, evidenzia tutte le sue qualità lasciandolo integro, ricco di amidi, vitamine e fibre grezze.
Chissà se troverò qualche altra chicca di questi chicchi di bontà?





Lampredotto


Non amo le frattaglie, ma per il Lampredotto faccio un'eccezione. Peccato l'abbia scoperto solo da grande!
Mi ha incantato ancor prima di gustarlo, da crudo pare un pizzo a balze.
Una degustazione diventata quasi d'obbligo ogni qualvolta ritorno a Firenze, dove ancora batte forte il mio mezzo cuore toscano.






Patata del Quartier del Piave


Scoperta per caso da uno dei miei fornitori verdurieri preferiti, si è rivelata uno spettacolo di patata!
Polpa soda, gustosa, lessa al naturale con un filo di olio extravergine (del Garda, of course!) e due gocce di aceto balsamico riesce a conquistare anche i palati più esigenti. E ieri ci ho fatto dei notevoli signori gnocchi!
I ferretti sono i terreni rossi e ghiaiosi del Trevigiano nella piana del Piave, dove viene coltivato questo tubero. Non hanno ristagni di acqua e sono ricchi di potassio e ferro, donando così alla patata una consistenza unica.
Ultimamente scoperta anche dai grandi chef, la sua produzione è però limitata perchè non viene coltivata su vasta scala, non offrendo quindi scorte sufficienti per coprire un fabbisogno annuo.





Peperone Corno di Bue


Adoro i peperoni!
Ed ora son contenta perchè riesco a trovare questa varietà, diventata Presidio Slow Food, anche dalle mie parti.
Ne comprerò sicuramente per metterli sottovetro e gustarmeli poi nelle grigie e fredde giornate invernali.



Fuori programma un'amichevole provocazione sulla mozzarella di bufala, mio grande amore caseario, che fa sempre palpitare forte il mio cuore (e la mia gola) non appena varco il confine campano.

Sulle rive del Mincio, al confine veneto lombardo, c'è l'azienda agricola La Valle, dedicata all'allevamento di vacche da latte, bufale e suini. Rinomata nel comprensorio per la produzione di trecce, mozzarelle e provole, è la mia consolazione quando non posso gustare le delizie campane dop.

Giusto un paio di giorni fa, mi sono imbattuta in prodotti cosmetici per il corpo a base di latte di bufala, dal nome romantico e un logo un po' retro: Biancamore.
Si dice che Poppea facesse il bagno nel latte d'asina per avere la pelle più vellutata di tutta Roma, ma pare che questo di bufala sia ancora più nutritivo e idratante, contenendo principi antiossidanti e anti invecchiamento per una pelle del corpo morbida e protetta dagli agenti esterni.
Meno mozzarelle e più cosmesi 2.0 ? :-)



Arrivederci al Salone!

22 maggio 2013

Spárga Magyar - Asparagi all'ungherese


English recipe here


Dicevamo che la paprika non manca quasi mai nelle pietanze salate ungheresi, ed inoltre usano tantissimo la panna acida, da loro chiamata tejföl.
In rete ho scoperto questa deliziosa ricetta che presenta gli asparagi in un modo insolito, almeno per noi dove il must è da sempre conditi con olio e aceto e accompagnati rigorosamente da uova sode, usando principalmente quelli nostrani e bianchi, di Mambrotta o di Bassano :-).
Ed allora approfittiamo subito di questo consiglio ungherese,  siamo nel clou della stagione degli asparagi, così benefici e salutari, come ci racconta Mr. Loto:

Dato il loro alto contenuto di potassio, gli asparagi rappresentano un alimento molto utile al cuore e ai muscoli in generale; degno di considerazione il loro effetto diuretico a causa del rapporto potassio/azoto molto elevato e dell'asparagina, che oltretutto è responsabile del forte odore penetrante. Gli asparagi sono inoltre ipocalorici e apportano una quantità equilibrata di vitamine e sali minerali all'organismo che sono pressochè indispensabili per il buon funzionamento del sistema nervoso e del cuore.
Come quasi tutte le piante esistenti in natura, gli asparagi hanno proprietà curative; infatti vengono consigliati per la cura di patologie reumatiche e problemi urinari.
Le radici degli asparagi vengono utilizzate per dare giovamento ai sofferenti di cuore, eliminando l'acqua che ristagna nei vari tessuti a causa della debolezza dell'attività cardiaca. Il metodo migliore per l'assunzione degli asparagi al fine di esaltarne le proprietà diuretiche è rappresentato dal decotto.

La dose consigliata per 4 persone è abbondante ed indicata se se ne fa un piatto unico, altrimenti come antipasto o contorno dimezzarla copiosamente.
Si può usare qualsiasi tipo di asparago, quelli verdi daranno uno stacco cromatico più marcato e si sa che anche l'occhio vuole la sua parte. 
Purtroppo ho trovato solo asparagi verdi fini (ed è stato molto più noioso pulirli), ma hanno dato comunque un buon risultato, approvato a tavola.
Sempre meglio lavare con cura gli asparagi dopo averli raschiati, io adopero un pelacarote che riesce a pelare molto finemente, perchè possono contenere tracce di terra: solitamente li lascio a bagno in acqua fredda con qualche cubetto di ghiaccio per mezzoretta.


 asparagi all'ungherese

Per 4 persone:

2 kg di asparagi verdi
400 ml di panna acida
1 tuorlo
paprika
80 g di Emmental (o grana)
50 gr di pangrattato
prezzemolo tritato
una noce di burro
sale


 facendo asparagi all'ungherese


- Sciacquare velocemente gli asparagi, eliminare la parte più dura del gambo e raschiarli delicatamente. Risciacquarli bene.
- Lessarli in acqua bollente leggermente salata. Scolarli e metterli su un piano inclinato a scolare ulteriormente.
- Sciogliere il burro in una piccola padella, rosolare leggermente il pangrattato e aggiungere poi la panna acida, la paprica, e poco sale.
- Amalgamare bene la crema, se fosse troppo densa (dipende dalla cremosità della panna acida) allungare con un goccio di latte (anche vegetale). Unire anche il tuorlo, fuori dal fuoco.
- Imburrare od oliare leggermente una pirofila, mettere circa metà degli asparagi, coprire con un terzo della salsa preparata, cospargere metà formaggio grattugiato e fare il secondo strato con i restanti asparagi, la salsa e il formaggio. Ho lasciato volutamente le punte scoperte per poter fare una foto più colorata e vivace, ma nulla vieta di coprire tutti gli asparagi con la crema (anzi, forse è meglio :-).
- Fare gratinare in forno a 200° per circa 10 minuti, spolverare con il prezzemolo tritato ed un pizzico di paprika ancora e servire.


asparagi all'ungherese-hungarian asparagus




C'è tempo ancora fino alla mezzanotte del 2 giugno per cucinare e gustare insieme una ricetta ungherese da collezionare nell'Abbecedario Culinario della Comunità Europea, creato dalla mente fervida e inarrestabile della Trattoria MuVarA, a quasi un terzo dell'intero percorso.







This recipe is my personal entry to WHB # 385
I am hosting this week,
 both English and Italian edition.

Thanks again to Haalo who manages greatfully all events,
to Bri for Italian edition.
Thanks again to Kalyn for her successfull idea!

13 gennaio 2013

Bigoli con salsiccia e radicchio di Treviso - WHB # 366


Quando mi hanno chiesto di partecipare alla terza edizione dell'iniziativa di Donne sul web sulle grandi paste della tradizione regionale italiana non ho avuto nessuna esitazione nell'accetttare la proposta, in famiglia ho numerosi mangiatori di pasta :-).
Poi, a pensarci bene, sono entrata un attimo in crisi: rappresentavo il Veneto e, tradizionalmente, questa regione non è molto legata alla pasta, specie se secca come quella di grano duro (non fondamentale per la ricetta, ma ovviamente più apprezzata dal momento che l'iniziativa nasce dalla collaborazione con Gente del Fud e quindi Garofalo :-).
Il Veneto contempla nel suo ricettario regionale un gran uso di riso, prediligendo il Vialone Nano IGP, polenta e pasta fresca, semplice o ripiena, come i famosi tortellini di Valeggio o i Casunzei ampezzani.
Scartata l'idea della classica pasta e fagioli (già presentata), dei Casunzei già pubblicati e dei tortellini che, a onor del vero, mi avrebbero impegnato troppo, mi sono buttata sui bigoli, un formato molto popolare per la pasta fresca, originariamente nati dall'impasto di farina, acqua e sale, oggigiorno prodotto spesso con l'aggiunta di uova.
E' una pasta lunga simile ad un grosso spaghetto, di antiche origini contadine, caratterizzata da una particolare ruvidità che consente di avvolgere più sugo possibile, data dalla particolare trafila che li forma. Un tempo, ogni famiglia provvedeva alla propria produzione di bigoli ed aveva in casa il torchio, lo strumento necessario per farli, chiamato appunto bigolaro. Pare sia stato inventato a Padova nel '600 da un certo signor Abbondanza, che riuscì ad ottenerne il brevetto dal Consiglio Comunale dell'epoca.
E in rete ho trovato anche un signor Man Gio che se l'è costruito da solo, per portare avanti le tradizioni pastare della sua nonna.
In primavera sono numerose le sagre che si tengono in svariati paesi in onore dei bigoi al torcio.
La soddisfazione nel farli in casa è grande, ma non avendo l'apposito attrezzo si possono comprare in un pastificio di fiducia, ce ne sono di ottimi in ogni paese.
Io mi sono affidata all'aiuto della mia amica Paola, che ha il torchio Kenwood, ed una mattina si è prestata gentilmente alla produzione di bigoli per fare questa ricetta.


Bigoli per 4 persone


bigoli fatti in casa


400 g di farina, di cui 35% di semola rimacinata e 65% di farina 0
3 uova
un cucchiaino di olio extravergine di oliva
un cucchiaino scarso di sale fino
20 ml di acqua a temperatura ambiente


 bigoli salsiccia radicchio-001

Mescolare bene le farine, unire il sale ed iniziare ad impastare (a velocità bassa se si usa un'impastatrice e con la frusta a k) unendo l'acqua, le uova appena sbattute (non troppo, altrimenti fanno schiuma) e l'olio, fino ad ottenere un composto sodo.
Attaccare l'accessorio torchio all'impastatrice e sempre a velocità bassa mettere piccoli pezzi di pasta alla volta, schiacciando nel condotto con l'apposita spatola.
Tagliare i bigoli della lunghezza desiderata e metterli a seccare sulle apposite gratelle ben distanziati tra loro.


La mia idea era di condirli con le aole (alborelle), come si usa qui sul lago di Garda ma il problema più grande era proprio la materia prima: la produzione di questo pesce conservato in salamoia è diventata scarsissima e sempre più rara (è interessante leggere questo articolo a riguardo), e mi è stato impossibile trovarle in questa stagione.
La scelta cade allora sul sugo di anatra, un pochino a malincuore e senza tanto entusiasmo, perchè non è proprio un gusto a mia immagine e somiglianza. Ma anche parlando con Paola e scartabellando qualche libro di cucina, il consiglio più gettonato era sempre il condimento con l'anatra.
Poi, mentre me ne sto tornando a casa quasi sconsolata, lo squillo acuto del cellulare mi fa trasalire ma mi illumina gli occhi leggendo il nome sul display: è Paola, che mi dice ... ma sai come mangiano i bigoli a Bassano (suo paese di origine)? ... con il radicchio lungo e la salsiccia, e sono squisiti! ... chissà perchè non mi è venutoin mente prima! :-)

E radicchio fu, con mia grande doppia gioia perchè lo adoro ed è un prodotto di stagione!


 radicchio rosso di treviso


per il sugo:

300 g di salsiccia dolce (luganega)
uno scalogno
olio extravergine di oliva



bigoli con radicchio e salsiccia 



Sgranare con le mani la salsiccia e metterla a rosolare in padella con un filo di olio, cuocere pochi minuti rigirandola spesso e mettere da parte, eliminando il grasso in eccesso. Se piace, si può sfumare con un goccio di vino bianco, ma non è fondamentale.
Affettare finemente lo scalogno e farlo soffriggere delicatamente in un filo di olio, aggiungere il radicchio mondato e tagliato e far appassire velocemente a fiamma allegra qualche minuto, salare poco. Unire la salsiccia alla fine. Lasciare da parte le punte più belle del radicchio per la decorazione finale.
Cuocere i bigoli in una grande pentola con abbondante acqua salata (il tempo di cottura varia da pasta a pasta, anche 8/10 minuti se occorre, meglio assaggiare per essere precisi), scolarli al dente e spadellarli un minuto o due col sugo, unendo le punte di radicchio fresche.
Impiattare e servire subito.


 bigoli con radicchio e salsiccia







This recipe is my personal entry to WHB # 366
hosted by Haalo of Cook Almost Anything for English edition,
and Bri of Briggishome for Italian edition.
Thanks again to Haalo who manages greatfully all events,
to Bri for Italian edition.
Thanks again to Kalyn for her successfull idea!

4 dicembre 2012

Black & White Wednesday # 61


I've been making bigoli with my dear friend Paola

handmade bigoli

to send a recipe to Donne sul web
for the third edition of typical Italian pasta recipes

long red radicchio from treviso

long red radicchio from Treviso,
one of the main ingredient and one of the best specialty of my region

bigoli with red radicchio & sausage

bigoli with red radicchio and sausage
recipe here
soon in English on this blog


  




This week Black & White Wedsneday is hosted by Rosa of Rosa's Yummy Yums
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13 novembre 2012

Minestra di castagne per l'Abbecedario Culinario


 English recipe here


Siamo proprio alla fine con l'Abbecedario Culinario, organizzato dall'intraprendente Trattoria MuVarA, ed ancora per pochi giorni ospiti di Roxy di Curiosando in Cucina per la regione Emilia Romagna.
Che dire di questa regione? Una goduria di ghiottonerie per gli appassionati food-isti più esigenti: dai salumi più prelibati come il culatello di Zibello al formaggio italiano per antonomasia, il Parmigiano Reggiano, alla varietà di ciliegie più buone che io abbia mai assaggiato, il Durone di Vignola, al condimento più aromatico come il vero aceto balsamico, dalla classica sfoglia fatta in casa (ma di questa parlerò in un post a parte) per avere poi le classiche tagliatelle e i saporiti cappelletti, senza dimenticare gnocco fritto, tigelle, mortadella, felino, squacquerone, zamponi e cotechini, la mitica Barozzi, il sale di Cervia (niente da invidiare al francese fleur de sel :-), solo per citarne alcuni tra i più noti.
Cercando fra le ricette in rete mi ha incuriosito questa che ho provato della Cucina del Corriere della Sera, facendomi scoprire una varietà di castagne a me sconosciuta: i Marroni di Castel del Rio.

Questo marrone ha ottenuto il riconoscimento europeo IGP grazie alla tutela del Consorzio locale, operativo dal 1985, per agevolare il recupero, il mantenimento ed il miglioramento dei boschi di castagno (detti selve castanili) dell'Alta Vallata del Santerno, veri giacimenti dove in autunno si raccolgono i prelibati marroni di Castel del Rio.
Il marrone si distingue dalla castagna principalmente per il gusto: più dolce e profumato, racchiude ed esalta gli aromi e i sapori del bosco. Inoltre ha una pezzatura molto maggiore della castagna, tanto è vero che un riccio racchiude al massimo 2 o 3 frutti. Ultima delle sue qualità,  è protetto da una buccia bruna e da una sottile pellicina che possono essere asportate con estrema facilità, operazione quasi impossibile con le castagne.
Nel Medioevo castagne e marroni rappresentavano preziose merci di scambio grazie alla possibilità di una lunga conservazione. Venivano immersi in acqua per 8 giorni, in modo da provocare una leggera fermentazione, venivano poi fatti asciugare in luogo aerato, raccolti in rete e conservati dall'autunno alla primavera successiva. Si pensi che erano apprezzati fino a Parigi e al Cairo.
Il marrone è un frutto sano e genuino, che viene coltivato senza l'impiego di alcuna sostanza chimica. Oggi conservare i marroni è molto più semplice e se ne può quindi assaporarne il gusto tutto l'anno. È sufficiente metterli in freezer negli appositi sacchettiper avere una scorta di bontà a portata di mano.
E' interessante anche la storia del marrone, base dell'alimentazione delle genti montane per secoli, basti pensare che nel 1885 i castagneti ricoprivano il 40% del terreno coltivato nel Comune di Castel del Rio.
Sul sito del Consorzio sono riportate anche altre interessanti e golose ricette

Questo è il momento più propizio per le castagne, giusto l'altro giorno era San Martino, per noi da sempre sinonimo di castagne e vino :-).
Per questa minestra ho utilizzato i marroni avanzati, anche se già cotti al forno vanno benone (non si spreca nulla :-), a patto che siano ancora morbidi, basterà sbucciarli  e sono pronti per l'utilizzo (qualche secondo nel microonde alla massima potenza aiuta sempre la sbucciatura :-).


minestra di castagne


Per 4 persone:

300 g di Marroni di Castel del Rio (freschi o essiccati)
1 cipolla tritata fine
20 g di burro *
timo fresco
dado homemade o sale/pepe
brodo vegetale e/o latte

* ho usato olio extravergine di oliva


 minestra di castagne


- Sciacquare le castagne secche e metterle in ammollo in acqua tiepida per 10 ore per farle rinvenire. Poi scolarle ed asciugarle.
- Usando quelle fresche si sbucciano facilmente così: inciderle e metterle in una fondina nel microonde, un paio di minuti a potenza massima, aspettare solo qualche secondo che si intiepidiscano e voilà, si sbucceranno in un baleno!
- Fare un leggero soffritto con la cipolla (ho aggiunto anche mezza gamba di sedano tritata fine), unire un goccio di acqua per volta per lasciarla appassire a fiamma bassa per circa 10 minuti, finchè diventa quasi trasparente, mescolando ogni tanto.
- Unire  le castagne, farle insaporire per qualche minuto. Salare o aggiungere il dado homemade, coprire con abbondante latte o brodo vegetale (fatto metà di ognuno): quando bolle abbassare la fiamma al minimo e lasciare cuocere con coperchio fino a quando le castagne saranno tenere, aggiungendo altro brodo/latte se occorre (circa un'ora, un'ora e mezza, e con retina spargifiamma).
- Ridurre a crema con il passaverdure o il minipimer e lasciare riposare 10 minuti.  Guarnire poi con timo fresco e una castagna lessata, a piacere servire anche con crostini di pane.


 minestra di castagne


La minestra è gradevole consumata anche fredda. Se addolcita con zucchero, si trasforma in dessert (ma non l'ho provata :-).






Questa ricetta partecipa alla raccolta Un coccio al mese per 12 mesi di Max.

6 novembre 2012

Black & White Wednesday - Week # 57



Salone del Gusto in Turin - 25/29th October, 2012
150 crazy foodbloggers gathered in a very ambitious project:
Gente del Fud - Fud people
(acronym betwen food and sud
sponsored by Pasta Garofalo,


talking about pasta,
showing the best Italians Slow Food Presidiums,
cooking unpublished recipes with them,
toasting with emerging artisanal Italian beers,

a unique gastronomic festival never held before,
for the first time in such an important and international event.



us-our taste
us and our taste


spaghetti!
we love pasta


ready to be used
ready to go


 ready to go
on the counter


foodblogger cooking
foodblogger in action


international foodbloggers cooking 
Internation foodbloggers cooking together


chefs
chefs at work


 talking about beer
talking about beer, smelling its fragrance


beer
tasting beer


artisanal beers
@ the table waiting for pasta


 montebore cheese-wedding cake style
Montebore cheese, like a wedding cake,
an amazing surprising presidium to me
(30% goat and 70% cow milk)

regional tasting
foodbloggers @ regional stand


gente del fud t-shirt
our unique t-shirt


garofalo logo  
Thanks Garofalo for making it real!






This week Black & White Wedsneday is hosted by Anusha of  Tomato Blues.
 You have time to send your entries to anusapraj AT gmail DOT com
as Anusha was down with a flu,
the Gallery will be up on Saturday, 10th Nov.

We have also a group on Flickr if you'd like to join and share your pics.
 hashtag #BWFood on Twitter


5 novembre 2012

Salone del Gusto recipe - Veneto region: Monte veronese cheese


la ricetta in italiano qui


Just back from a long and amazing weekend at Salone del Gusto in Turin along with 150 crazy foodbloggers who gave birth to a unique gastronomic festival for the first time in such an important and international event (and all thanks to Garofalo and its genuine foolish marketing director, aka Emidio Mansi, assisted by an incredible team of collaborators:-).
My partner and I had to represent our region, Veneto, through an Italian Slow Food Presidium featuring at the show. The choice has been very easy as we decided for Monte Veronese, a  typical cheese of Lessinia, the mountainous region (Prealps) just off North of Verona, about halfway between my house and Silvia's, and often present on our tables.
Only a fixed rule request: organize a cold appetizere, that is to say without any minimal sort of cooking because mobile stations are not equipped for that.
Just a little moment of discouragement for Silvia and I, than we dedicated to the idea of a fresh salad that could enhance the cheese, and in this case better to use the oldest, more full-bodied and flavorful. We exchanged several mails with different ingredients and seasonal garnishes, but soon our shopping list was ready and quickly shipped to our Supplier Lady Laura.
This salad goes also well to what we have at home: the pine nuts can be replaced with almonds, walnuts, hazelnuts, pistachios, and why not also with chestnuts, the pomegranate gives a touch of color and is always a good-luck symbol  (and it was for us luck because the after tasting comments were very positive :-), the grapes might give way to seasonal apples or pears stay. The choice of green is to your personal taste, every fresh cut salad goes well, each radicchio can find a good accommodation in the bowl. And you could add various seeds: sesame, poppy, flax, sunflower, pumpkin, so valuable to our health.

 insalata degustazione veneto



We went for a classic drizzle, extra virgin olive oil and balsamic vinegar, but emulsioned with a teaspoon of mango and chili jam, just for a little different and cooler twist.
But I still want to try it with a curried sauce, my first idea but not so courageous to propose :-). Grissini or crackers to go by.

The Lessinia mountains, North of Verona, in the 13th century were a great uninhabited reserve, where the inhabitants of neighbouring countries led to graze sheep and goats. On February 5th, 1287 Bishop Bartolomeo della Scala of Verona granted to a group of Cimbri, coming from the Asiago plateau, a chance to settle in the territory and use its resources. The Cimbri were dedicated primarily to cattle ranching and knew very well the techniques to produce cheese, so far to enjoy the usufruct of these lands until 1689. The Veronese mountains are well-suited for grazing: the Lessini mountains exposes at noon, no big slopes and a long grass growing season to allow a longer Alpine period than usual. In order with that, that they could develop a cheese-making tradition for cow manufactured cheese, often obtained after butter production. They used to collect here, as elsewhere in the Alps, different fresh milkings. The term Monte (mountain) probably refers to the production technique, where milk was curdled from multiple milkings: local production has obtained the Dop in 1996 with the name Monte Veronese. The name was given to two different type of cheese: whole milk and alpine, semi-cooked. The whole milk cheese is consumed fresh. Alpine cheese is produced with semi-skimmed milk. The maturing process lasts for a minimum of 90 days, whether the cheese is for table use, and for a minimum of 6 months (which may arrive even at 2 years for stravecchio, the oldest) if the cheese is gratong use. The average weight of the form varies from 6 to 9 kilos, 13 to 20 pounds. The Presidium Monte Veronese is at its best with a long seasoning, a suitable cheese to be consumed at the end of the meal.
The production of  Presidium  Veronese of the goes along with the Alpine ascent of herds and, therefore, must take place in the period from approximately the end of May until September. Monte Veronese pasture cheese must have a minimum of 90-days agiing. Until a few years ago the production of Monte Veronese created with pasture milk was not particularly valued. Still some decades ago there were more than 100 huts in Lessinia. Today they developped into holiday homes or pastures for beef cattle. The milk produced by cows that graze in pastures  was taken to dairies and here was often mixed with milk from stables. Only one hut still has an alpine cheese-making workshop and produces cheese exclusively with milk from Lessinia pastures. But a miserable alpine production will led to lose a high quality cheese and, little by little, the Veronese mountain pastures will be abandoned, with a great damage to the mountain ecosystem. Thanks to the  support of  Monte Veronese Protection Consortium, a Presidium gathered together the dairies and alpine huts available to produce Monte Veronese with pasture milk: a trademark (an M for malga, hut) is marked on the cheese next to Dop mark, but the goal of the Presidium is to increase the laboratories in the huts (from SlowFood).

 
(pictures by P. Calciolari)


Fresh Salad with Grapes, Pinenuts, Pomegranate
and  Monte Veronese cheese

Ingredients:

fresh green salad
radicchio
grapes (white, black or pink) 
pomegranate 
pine nuts
extra virgin olive oil
balsamic vinegar 
a little Mambo jam (mango & chili)
salt


 insalata degustazione veneto


- Combine salads and fruit in a bowl or on a platter (grape berries cut in half and unseeded).
-  Prepare the topping by blending oil, vinegar and jam in a small bowl with a fork or in a jar and shake well to have a creamy emulsion.
-  Dress the salad and garnish with grated/sliced Monte Veronese. Serve immediately.




This recipe is my personal entry to WHB # 358
(turning 7 this week!)
hosted  by Haalo of Cook Almost Anything for English edition
and Brigida of Briggishome for Italian edition.
Thanks again to Haalo who manages greatfully all events,
to Bri for Italian edition.
Thanks again to Kalyn for her successfull idea!
Who's hosting
WHB Rules

4 novembre 2012

Cipolle e melanzane per l'Abbecedario Culinario


L'Abbecedario Culinario, organizzato dall'intraprendente Trattoria MuVarA, è arrivato in Calabria già da una settimana e oltre, ospiti di Luca e Sabrina, e io ancora non ho trovato un po' di calma per assaporare i profumi e i colori di questa regione a me totalmente sconosciuta, se non per dei veloci passaggi in treno, perlopiù notturni, per arrivare a Villa San Giovanni e imbarcarmi sul traghetto per la Sicilia (ma quanto sarebbe bello e comodo un bel ponte diretto come quelli che ci sono in tutto il Nord Europa! :-).
Questi ultimi giorni sono stati molto frenetici ed allegri, trascorsi prima in quel dinamico ed effervescente guazzabuglio del Salone del Gusto di Torino, e poi nella meravigliosa intramontabile romantica Parigi (dopo un giornata brocantissima a Lione :-).
Quindi poco tempo per la cucina, anzi direi quasi nulla non avendo proprio la cucina a disposizione :-).
Ma ho voluto provare questa ricettina semplice e sfiziosa, che prevede l'uso della buonissima e famosissima cipolla di Tropea, regina dei prodotti alimentari di questa regione.

La storia e la geografia della Calabria, hanno fortemente influenzato la cucina della regione, caratterizzata da essenzialità, semplicità e povertà, ma che nel tempo ha sempre conservato sapori ed aromi forti e unici, oggi valorizzati da un recupero delle tradizioni gastronomiche.
La tecnica della conserva, appresa e praticata dalle donne di casa durante la colonizzazione greca e fenicia, consente di mantenere il gusto dei cibi nel tempo, e renderli disponibili nell’arco dell’intero anno, per far fronte ai periodi di crisi, causati dalle condizioni climatiche, e dalla conformazione geografica di alcune zone, particolarmente isolate nella stagione fredda. Tuttora si pratica la conservazione sotto sale o sotto aceto, oppure utilizzando l’olio o lo strutto:  accade per la carne di maiale, gli insaccati, e alcune varietà di verdure come le olive, i peperoni, le melanzane e i pomodori, dopo che hanno subìto l’essiccazione al sole. E’ tradizione bizantina invece l’esiccazione del pesce, in particolare delle acciughe. In passato era più frequente anche la lavorazione delle erbe selvatiche, usate durante l’inverno per imbottire il pane (come l'ortica e la masciuscia, una sorta di piccola zucca rampicante).
Dai monaci di Basilio, i calabresi apprendono le tecniche per ottimizzare la lavorazione della terra, con enorme vantaggio sulla qualità degli ortaggi coltivati, ed anche sulla produzione della carne d’allevamento, in prevalenza capre e suini, di cui si comincia ad apprezzare e utilizzare ogni parte, ad evitare sprechi. Anche le interiora, inizialmente oggetto di riti religiosi sacrificali, vengono in seguito consumate nel soffritto, e ne derivano piatti tipici come le mazzacorde con patate, una sorta di involtino; il sangue del maiale è invece utilizzato per realizzare dolci.
Gli Arabi portano in Calabria le melanzane e la pasta bucata, chiamata maccaruni, serviti ancora oggi con le purpette o con gli iaccatieddri (rispettivamente polpette e zucchine fritte aromatizzate alla menta); anche la gastronomia albanese ha lasciato la sua impronta: cipolline selvatiche con il pangrattato e il peperoncino, pasta e fave, il succo di miele e limone.
Fino a trenta o quarant’anni fa, il pane si faceva in casa, con farina di grano duro e cottura nel forno a legna di famiglia: con gli avanzi del pane si preparavano, e in alcuni piccoli paesi si preparano tuttora, le buonissime pitte, condite con olio, origano ed eventualmente pomodoro.
Era anche abitudine che ogni famiglia allevasse almeno un maiale, che consentiva una scorta di cibo per l’inverno e la sua macellazione, di solito in occasione del Carnevale: era pretesto per cenare in compagnia di amici e parenti, tradizione tutt’oggi praticata.
Anche l’abitudine a raccogliere e consumare i funghi proviene dalla storia, ed in particolare è ripresa dalla cucina greca e romana, che considerava i funghi come cibo riservato all’imperatore: la Calabria offre porcini, chiodini, rositi e ovoli particolarmente prelibati, che rappresentano un forte richiamo al turismo gastronomico.
Circa la tradizione vinicola, la coltivazione della vite è di origine molto antica, tanto che la Calabria era chiamata Enotria, terra del vino: tra i più importanti il Cirò, il Bivongi, il Savuto e il Pollino, senza dimenticare i vigneti innestati da uve francesi e spagnoli per l’Alicante e il Bordeaux (da Cucina Regionale).


cipolle e melanzane


Ingredienti:

400 g di melanzane
400 g di patate
2 cipolle di Tropea
olio extravergine di oliva
aceto
origano
foglie di menta
peperoncino
sale grosso e fino

- Lessare le patate, sbucciarle, farle raffreddare e tagliarle a cubetti.
- Nel frattempo tagliare anche le melanzane a cubetti, spargere sopra del sale grosso e lasciar spurgare l'acqua per una mezzoretta. Poi sciacquarle bene, asciugarle e rosolarle nell'olio girandole spesso finchè diventano croccanti. 
- Sbucciare le cipolle e tagliarle a fettine, rosolarle in olio per 5/7 minuti.
- Trasferire tutte le verdure in un'insalatiera, condire a piacere con olio e aceto, origano, peperoncino e qualche foglia di menta.


cipolle e melanzane

1 novembre 2012

La ricetta del Salone - Spazio Veneto: il Monte Veronese


 English recipe here

Sono reduce da un lunghissimo ed entusiamante weekend al Salone del Gusto di Torino insieme a 150 fuddisti pazzi scatenati che hanno dato vita ad una kermesse gastronomica unica nel suo genere e per la prima volta sugli schermi in una manifestazione così ambita ed internazionale ( e tutto grazie a Garofalo e alla mente invasa di pura e genuina follia del suo bellissimo direttore marketing, alias Emidio Mansi, coadiuvato da uno strepitoso team di collaboratori :-).
A me ed alla mia socia il compito di far degustare un profumo della nostra regione, il Veneto, attraverso un Presidio Slow Food presente al Salone. La scelta non poteva non cadere sul Monte Veronese, formaggio della Lessinia, regione montuosa a nord di Verona, praticamente a metà strada tra la mia casa e quella di Silvia, e spesso presente sulle nostre tavole.

La regione montuosa della Lessinia, a nord di Verona, nel Duecento era una grande riserva disabitata, dove gli abitanti dei paesi vicini portavano a pascolare pecore e capre. Il 5 febbraio 1287 il Vescovo di Verona Bartolomeo della Scala concesse a un gruppo di Cimbri, proveniente dall’Altopiano di Asiago, la possibilità di stanziarsi nel territorio e di utilizzarne le risorse. I Cimbri erano dediti principalmente all’allevamento del bestiame e conoscevano benissimo le tecniche per produrre il formaggio, tant’è che godettero dell’usufrutto di queste terre sino al 1689. La montagna veronese è particolarmente adatta al pascolo: i Lessini sono esposti a mezzogiorno, non hanno grandi pendenze e hanno manti erbosi con un lungo periodo vegetativo che consentono un periodo d’alpeggio più lungo del consueto. È naturale quindi che si sia sviluppata una tradizione casearia legata alla produzione di formaggi vaccini, quasi sempre ottenuti caseificando il latte che aveva già subito una prima scrematura destinata alla produzione del burro. Si univano, qui come altrove sulle Alpi, latte di più mungiture (monte). Il termine “monte” fa probabilmente riferimento alla tecnica di produzione, in cui il latte che veniva cagliato proveniva da più mungiture: con la denominazione “Monte Veronese”, la produzione locale ha ottenuto la Dop nel 1996. La denominazione è stata concessa per due tipologie: a latte intero e d’allevo, entrambi a pasta semicotta. Il formaggio a latte intero è consumato più fresco. Quello d’allevo, invece, è prodotto con latte parzialmente scremato. La stagionatura si protrae per un minimo di 90 giorni, se il formaggio è usato da tavola, e per un minimo di 6 mesi (che possono arrivare anche a 2 anni nello stravecchio) se il formaggio è utilizzato da grattugia. Il peso medio della forma varia da 6 a 9 chili. Il Monte Veronese del Presidio ha una grande attitudine alla stagionatura prolungata, un formaggio adatto a essere consumato a fine pasto.
 La produzione del Monte Veronese del Presidio è legata alla salita in alpeggio delle mandrie e, quindi, deve avvenire nel periodo che va da fine maggio circa fino a settembre. Il formaggio Monte Veronese di malga deve avere una stagionatura minima di 90 giorni.
Fino a pochi anni fa la produzione di Monte Veronese realizzata con il latte di malga non è stata particolarmente valorizzata. Ancora alcuni decenni fa si contavano oltre cento malghe sui Monti Lessini. Oggi sono case per vacanze oppure alpeggi per bovini da carne. Il latte prodotto dalle vacche che pascolano in malga veniva portato nei caseifici a valle e qui, spesso, era miscelato con il latte munto in stalla. Solo una malga ha ancora un laboratorio di caseificazione e produce formaggio esclusivamente con il latte dei pascoli della Lessinia. Se non si valorizza la produzione d’alpeggio si perderà non solo un formaggio di alta qualità ma, poco alla volta, le malghe della montagna veronese saranno abbandonate, mettendo a repentaglio l’ecosistema della montagna. Grazie all’appoggio del Consorzio di tutela del Monte Veronese, un Presidio ha riunito i caseifici e le malghe disponibili a produrre Monte Veronese d’allevo con latte d’alpeggio, distinguibili dalle altre grazie a un marchio (la “M” di malga) apposto a fuoco sullo scalzo della forma, accanto a quello della Dop ma l’obiettivo del Presidio è aumentare in prospettiva i laboratori in malga (da SlowFood).


(foto di P. Calciolari)

Unica piccola difficoltà richiesta: organizzare una degustazione a freddo, cioè senza nessun tipo di cottura perchè le postazioni mobili non lo permettevano.
Superato il primo attimo di scoramento, ci siamo dedicate all'idea di un'insalata fresca che potesse far risaltare il formaggio, in questo caso meglio utilizzare quello stagionato, più corposo e saporito. Abbiamo aggiunto, tolto, cambiato condimento, ma ben presto la nostra lista della spesa era pronta e celermente spedita alla nostra tutrice Laura per provvedere all'approvigionamento.
Questa insalatina ben si adatta comunque a quello che abbiamo in casa: i pinoli possono essee sostituiti egregiamente con mandorle, noci, nocciole, pistacchi e perchè no anche con le castagne, il melograno da un tocco di colore ed è sempre benaugurante (ci ha portato fortuna perchè i commenti all'assaggio sono stati molto positivi :-), l'uva potrebbe lasciare il posto a mela o pera, per rimanere in stagionalità. La scelta del verde è a proprio gusto, ogni insalatina fresca da taglio va bene, ogni radicchio può trovare un valido alloggio nel piatto. E si potrebbe arricchire ancora di più con l'aggiunta di semini vari: sesamo, papavero, lino, girasole, zucca, preziosi per la nostra salute.
Siamo rimaste su un condimento classico, olio extravergine di oliva e aceto balsamico, ma non abbiamo resistito a profumare la nostra emulsione con qualche cucchiaino di confettura di mango e chili, giusto per un piccolo tocco diverso e più fresco, e per omaggiare anche le Tamerici, produttore di terra lombarda (ma Mantova e Verona sono così vicine e tanto hanno in comune in cucina :-) e assiduo collaboratore di Gente del Fud in questo Salone.
Mi resta comunque la voglia di provarla con un condimento al curry, che non abbiamo osato al Salone per non stravolgere un prodotto così classico (o forse il produttore? :-).
Come accompagnamento qualche foglia di pane Figulì.


Insalatina fresca di Monte Veronese
con uva, melograno e pinoli



insalata degustazione veneto



Ingredienti:

valeriana (molesini)
radicchio variegato
uva bianca, nera o rosata
melograno
pinoli
scaglie di Monte Veronese
olio extravergine di oliva (meglio se lacustre :-)
aceto balsamico
qualche cucchiaino di confettura Mambo (mango & chili)
sale

- Riunire le insalate e la frutta in una ciotola o su un vassoio (gli acini di uva tagliati a metà e privati dei semi).
- Preparare il condimento amalgamando bene olio, aceto e confettura in una ciotolina con una forchetta, oppure in un vasetto shakerndo bene per ottenere un'emulsione cremosa.
- Condire l'insalata e guarnire con scaglie/fettine di Monte Veronese. Servire subito.



 insalata degustazione veneto





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